A trent’anni dal “grido” del Papa nella Valle, Damiano:”cammini da continuare”

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“Il papa non ha parlato più il linguaggio fino ad allora parlato; il suo è diventato messaggio evangelico: si rivolge non ai mafiosi o alla mafia, ma alla persona, alla gente, e lo fa con la stessa parola con la quale Gesù inizia la sua predicazione: convertitevi!”. Così mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza episcopale siciliana (Cesi), intervenendo ad Agrigento, al teatro Pirandello, all’appuntamento organizzato dall’Arcidiocesi per fare memoria dei 30 anni dal grido di Giovanni Paolo II contro la mafia e per la conversione dei criminali, per chiedersi come sia mutata la mafia e quale sentiero abbia percorso la Chiesa da quel giorno. Con lui Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, e Caterina Chinnici, magistrato e deputato del parlamento europeo, figlia di Rocco Chinnici. A moderare il vaticanista Fabio Marchese Ragona. “Quella che tutti ricordano come la condanna espressa da Giovanni Paolo II contro la mafia fu in realtà qualcosa di più, fu – ha detto mons. Raspanti – annuncio di condanna e salvezza insieme, di giustizia certa e di redenzione e salvezza. E questo fu per i mafiosi una ingerenza gravissima nella religiosità pervertita e perversa dei mafiosi”.

Testimone e portavoce del dolore delle famiglie delle vittime e, allo stesso tempo, del desiderio della gente di questa terra di Sicilia di reagire alla logica della paura, della sopraffazione e della morte, Caterina Chinnici. Accompagnando quanti hanno affollato il teatro nelle pieghe della sua esperienza personale e familiare, ha detto della voglia di rivalsa, di legalità e di vita che le scelte – sue e di ciascuno – possono contenere. Suo anche un excursus anche attraverso i provvedimenti della magistratura e della politica italiana ed europea.

E c’era anche il nome di suo padre nel lunghissimo elenco di quelle che Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha definito “vittime dello sterminio di mafia”. Offrendo una lettura dell’evoluzione del fenomeno mafioso e della presa di coscienza della società, da “quando la mafia non sfidava lo Stato e la politica” a quando, “tra il 77 e l’83, ha applicato la strategia del terrore”, ha tracciato “le coordinate della consapevolezza”.

Ha detto di “una intercettazione poco conosciuta ma che dà la misura dell’incidenza del discorso di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi”: “erano trascorsi 12 anni, il papa era appena morto e si celebravano i suoi funerali trasmessi anche dai mezzi di comunicazione. Ricordiamo tutti la bara, il Vangelo sfogliato dal vento. A guardare la tv – ha detto – anche i fedelissimi di Bernardo Provenzano. La polizia li ascolta quando parlano della ‘sbrasata’ che ha fatto quando è venuto ad Agrigento ritenuta pesante per i siciliani in generale. Era una condanna ufficiale della presa di posizione del pontefice e della Chiesa – ha aggiunto – perché rompeva anni di equilibri e reciproca sopportazione”.

L’attualità dell’esigenza di unire alle parole i fatti, e di farlo insieme, in maniera sistemica e sistematica, è stato al centro dell’intervento di mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento. “Mi è stato affidato il compito di trarre le conclusioni, ma non c’è alcuna conclusione possibile, solo cammini da continuare. Certo ben avviati – ha detto -, ma non dobbiamo cedere alla tentazione di fermarci perché, come ha detto Giovanni Paolo II salutando Agrigento 30 anni fa, occorre avanzare insieme per un futuro più giusto e più sereno”. (Chiara Ippolito)

 

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