In memoria del magistrato Francesca Morvillo, nel XXVI dalla strage di Capaci

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Il  23 maggio, nel XXVI anniversario della strage di Capaci, si è svolta al Palazzo di Giustizia di Agrigento, promossa dalla sottosezione dell’Associazione Nazionale Magistrati di Agrigento, la commemorazione del giudice Francesca Morvillo, moglie di Giovanni Falcone, che ha avuto assegnato come prima sede, il 10 marzo 1971, il tribunale di Agrigento. Pubblichiamo il ricordo del dott. Salvatore Cardinale (foto sotto), già presidente della Corte di Appello di Caltanissetta.

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“Sprecare il ricordo, cancellandolo dal nostro orizzonte, è come sprecare un pezzo della nostra vita”.

Era il pomeriggio del 23 maggio 1992 quando l’autostrada Trapani-Palermo era devastata da una esplosione che ne cancellava un tratto in prossimità di Capaci. L’enorme deflagrazione, cagionata da una vera azione di guerra in pieno stile terroristico, avveniva mentre transitavano le autovetture che conducevano nella capitale dell’isola i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, provenienti da Roma, e il personale di polizia di scorta. 

A causa delle devastanti ferite riportate, i due magistrati, compagni nella professione e legati da vincolo matrimoniale a coronamento di una lunga relazione vissuta consapevolmente da adulti, decedevano all’ospedale dove erano stati ricoverati nell’illusoria speranza che potessero salvarsi dalla morte. Era la prima e l’unica volta in cui la mafia uccideva un magistrato donna.

Anche gli agenti di polizia, Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro, pure loro attinti dall’esplosione, perdevano la vita, così dimostrandosi fedeli al loro compito fino alla morte.

Secondo quanto riferito da testimoni, l’ultimo pensiero di Francesca Morvillo, prima di spirare, era rivolto al marito della cui sorte ella, benché morente, si preoccupava chiedendo notizie agli istanti.

Si concludeva in tal modo la vita di Francesca Morvillo, magistrato esemplare e moglie fedele, lasciando dietro di sè il vuoto della scomparsa, parzialmente colmato dal subentrante ricordo di una ricchezza umana e spirituale che resiste ancor oggi alle ingiurie del tempo.

“Così vanno via i grandi, nel silenzio di una notte oscura per strade inattese e imprevedibili, distanti da tutto e tutti. Ed è per l’assenza, che ne conferma il valore assoluto perchè, solo allora, capisci che niente sarà più lo stesso”(Michele Albano).

Francesca Laura Morvillo nasceva a Palermo il 14 dicembre 1945. A soli ventidue anni non ancora compiuti conseguiva la laurea in giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo, al termine di un corso di studi brillantissimo concluso accademicamente con  il riconoscimento della lode e il conferimento del prestigioso premio Maggiore per la migliore tesi in discipline giuridiche.

Nel 1968, seguendo la professione del padre già magistrato, partecipava con esito positivo al concorso per uditore giudiziario.

Superate le prove e immessa in servizio, la sua prima sede di lavoro era la nostra città di Agrigento ove in questo Tribunale il 10 marzo 1971 era destinata a svolgere le funzioni di giudice.

Tra le poche donne magistrato all’epoca in servizio negli uffici giudiziari d’Italia, la sua presenza non poteva non suscitare nel piccolo palazzo di Giustizia curiosità mista ad una curiosa aspettativa. 

Ben presto i suoi modi garbati, il suo apprezzato stile di rapportarsi con gli altri e la sua dimostrata conoscenza del diritto le procuravano la simpatia e la collaborazione di tutto l’ambiente giudiziario nelle sue varie componenti. Era per lei un inizio di carriera sicuramente incoraggiante che le permetteva, in un diffuso clima sereno, di operare con autonomia e indipendenza e irrobustire, potendo contare su colleghi di riconosciuta bravura e acquisita esperienza, tutto il suo già pregevole bagaglio culturale specifico e professionale.

La permanenza ad Agrigento durava poco tempo perchè il 26 novembre dello stesso anno 1971 Francesca Morvillo otteneva il trasferimento nella sua città natale ove iniziava ad esercitare per circa sedici anni le funzioni di Sostituto alla Procura della Repubblica presso il locale Tribunale per i Minorenni. 

I biografi ricordano la passione, la competenza e l’impegno che caratterizzarono, nell’ambito della giustizia minorile, l’attività giudiziaria della dott.ssa Morvillo e evidenziano come il magistrato, pur nel rispetto del suo ruolo inquirente, dimostrasse una particolare sensibilità verso la problematica della devianza minorile e i disagi del mondo dei giovani, specie quelli più svantaggiati. Con il suo sguardo dolce e l’inclinazione al dialogo, sapeva parlare a quei ragazzi difficili e sapeva ascoltarli, comprenderli e anche proteggerli. Dopo tale gratificante esperienza, Francesca Morvillo, avendo  conseguito i necessari requisiti di anzianità e professionalità, nel mese di luglio del 1988 assumeva, ancor giovane,  l’incarico di Consigliere presso la Corte di Appello palermitana.

L’elevata preparazione e l’innata propensione allo studio e all’approfondimento consentivano a Francesca Morvillo di svolgere, con unanime positivo riconoscimento, anche l’insegnamento presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo palermitano tenendo, nella qualità di docente, un corso di legislazione minorile nell’ambito della scuola di specializzazione in Pediatria.

Il suo ultimo incarico, coerente ancora una volta con il suo bagaglio culturale e le sue qualità professionali, era quello di componente della Commissione d’esame per l’accesso alla magistratura che, anche il giorno prima della morte, la vedeva impegnata a Roma, ove aveva seguito il marito titolare di un alto incarico ministeriale.

Nel maggio del 1986 aveva sposato Giovanni Falcone, a coronamento di una relazione affettiva iniziata e vissuta da adulti e caratterizzata, come annotava una giornalista della nota rivista settimanale Famiglia Cristiana, dalla condivisione “di una prospettiva di vita complicata dal rischio, da una protezione asfissiante, dal disagio dei cittadini che vivevano il cicalino delle auto blindate come un peso e non si peritavano di nasconderlo”.

Con tale consapevolezza Francesca Morvillo accettava senza tentennamenti di condurre una vita blindata, fatta di limitazioni, pochi momenti di vera intimità, continua esposizione al pericolo, rinunce anche dolorose come l’accettare che le sue nozze con Giovanni si svolgessero, per motivi di sicurezza, quasi in clandestinità o come l’abdicare all’idea naturale della maternità per non mettere al mondo orfani.

Evidenzia Lavinia Sarchi in un suo articolo, che Francesca Morvillo è stata “una donna innamorata della Giustizia” Ella, pur scegliendo di stare un passo indietro rispetto al mediaticamente più esposto marito e di accettare di rimanere nell’ombra a causa della maggiore fama di lui, ha brillato di luce propria giacchè, come è stato opportunamente sottolineato, “non è stata solo la moglie di Giovanni Falcone, ma ha avuto una sua brillante carriera di magistrato”.

Diceva Orazio nella terza Ode dulce et decorum est pro patria mori” e Francesca Morvillo, ben consapevole dei rischi ai quali si esponeva, si è sacrificata per amore verso il suo uomo e per  onorare il suo giuramento di fedeltà alla Patria espresso allorchè si poneva a servizio della Giustizia.

Tornano in mente le parole di San Paolo il quale, dando l’addio agli anziani di Efeso già conscio della sorte tragica che l’aspettava,  consolatoriamente diceva loro “non ritengo preziosa la mia vita, purchè conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato”.

Il Consiglio Superiore della magistratura, nella pubblicazione intitolata “Nel loro segno. In memoria dei magistrati uccisi dal terrorismo e dalla mafia” ha voluto ricordare la figura esemplare di Francesca Morvillo esaltandone, nella scheda a lei dedicata, la sua decisa personalità, non seconda a quella di altri più noti colleghi parimenti ricordati nella raccolta biografica.

Al giudice assassinata è stata concessa, alla memoria, la medaglia d’oro al valore civile. La motivazione dell’onorificenza descrive in maniera completa quale importante ruolo ella abbia avuto nella vita di Giovanni Falcone e nella sua costante determinazione a svolgere fino in fondo il suo elevato ruolo di magistrato impegnato a dare alla Sicilia la prospettiva di un futuro libero dalla mefitica presenza della mafia. Essa così recita:  “Giovane consigliere della Corte di Appello di Palermo, consorte del giudice Giovanni Falcone, pur consapevole dei gravissimi pericoli cui era esposto il coniuge, gli rimaneva costantemente accanto sopportando gli stessi disagi e privazioni, sempre incoraggiandolo ed esortandolo nella dura lotta intrapresa contro la mafia. Coinvolta, insieme  al Magistrato, in un vile e feroce agguato, sacrificava la propria esistenza vissuta coniugando sentimenti di affetto, stima e rispetto verso il marito, la dedizione ai più alti ideali di giustizia”.

Inoltre, il Ministero di Grazia e Giustizia con decreto del 23 giugno 1992, ha disposto l’intitolazione alla memoria di Francesca Morvillo del Centro di Prima Accoglienza per i Minorenni di Palermo, onorando in tal modo l’interesse, attento e costruttivo, del giudice verso la devianza minorile.

E’ stato detto che, se un fatto o un personaggio o un avvenimento sono ricordati, essi per ciò stesso sono già entrati nell’eternità.

A Francesca Morvillo, che ha operato anche ad Agrigento, va assegnato a buon diritto un posto nell’empireo luminoso dei giusti accanto a Rosario Livatino. Antonino Saetta, Giuliano Guazzelli, Pasquale Di Lorenzo, e tanti altri che, come Lei, nel corso degli anni hanno bagnato e reso fecondo in questa difficile e bellissima provincia agrigentina il terreno della legalità nella consapevolezza evangelica  che il chicco di grano seminato è destinato a morire ma che da esso nasceranno tanti altri chicchi di speranza in un mondo migliore e senza spargimento di sangue.

Scriveva Gabriel Garcia Màrquez che “la vita non è quella vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” e noi oggi ci ritroviamo in quest’aula per ricordare,  con il tributo dovuto a Francesca Morvillo, non solo la donna e il magistrato ma anche un momento tragico della nostra storia, un avvenimento per il quale tutte le persone oneste, ancora a distanza di anni, provano  orrore e disgusto, consapevoli che, come ammoniva Primo Levi  (“Se questo è un uomo”), “quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

Concludo questo mio incompleto ricordo di Francesca Morvillo attingendo alle parole del grande regista Ermanno Olmi, recentemente scomparso, che ben si attagliano alla figura e all’attività del magistrato scomparso “Se ho lasciato una buona memoria nelle persone a cui ho voluto bene, tutti costoro mi vorranno bene e io avrò dato un significato alla mia vita”.

                                                                 Salvatore Cardinale

                                          già presidente della Corte di Appello di Caltanissetta

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