“L’impossibile come unica via del vero”. A colloquio con Francesco Rizzo sul suo “Francesco Magno”

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La presentazione del testo al Museo diocesano

A margine della presentazione, martedì 21 aprile,  del volume “Francesco Magno. Un Pontificato Sine Glossa” di Francesco Rizzo, abbiamo incontrato l’autore e ci siamo intrattenuti con lui sulla figura di Papa Francesco ad un anno dalla scomparte.

  • Francesco, il tuo testo ha scosso non poco l’ambiente ecclesiale locale e nazionale. La  domanda sorge spontanea: definire “Magno” Jorge Mario Bergoglio a soli dodici mesi dalla sua scomparsa non rischia di essere un azzardo storiografico dettato dall’emozione? È un elogio acritico o c’è una tesi più profonda dietro questa provocazione?
    Ti ringrazio per la schiettezza. Chi legge “Magno” come un’onorificenza da bacheca o un titolo onorifico postumo non ha compreso l’intentio auctoris. Nel mio saggio, l’attributo “Magno” non è un punto di arrivo storiografico, ma una provocazione metafisica. La grandezza di Francesco non risiede nella gestione burocratica o nel consenso unanime — che anzi è mancato — ma nella sua capacità di abitare l’abisso tra l’Idea e la sua realizzazione carnale. È “Magno” perché ha avuto il coraggio di essere vulnerabile, di portare la Chiesa nel fango delle periferie, lì dove il Logos si fa carne ferita. Non è agiografia; è la presa d’atto che egli ha rotto il cerchio rassicurante della coerenza ecclesiastica per gridare l’Impossibile. La sua grandezza sta nel fallimento apparente che diventa fecondità evangelica.
  • Tu insisti molto sul concetto di un pontificato “sine glossa”. Da direttore di un giornale, so quanto le “glosse” — i commenti, le interpretazioni — spesso finiscano per coprire la notizia stessa. Perché questo richiamo alla Regola di San Francesco d’Assisi è così centrale nella tua analisi del pontificato di Bergoglio?
    Il “sine glossa” è la mia risposta alla tirannia del commento che soffoca l’evento. San Francesco d’Assisi, nel suo Testamento, chiedeva di vivere la Regola senza glosse, ovvero senza interpretazioni che ne attenuassero la radicalità per renderla “vivibile” o politicamente corretta. Bergoglio ha fatto lo stesso: ha agito prima di spiegare. In un’epoca dominata dalla techn? e dal “Possibile” inteso come calcolo dell’utile, Francesco ha posto gesti che non hanno bisogno di note a piè di pagina: lavare i piedi ai carcerati, pranzare con gli operai, il grido silenzioso a Lampedusa. La contemporaneità è malata di intellettualismo gnostico; Francesco ci ha restituito una metafisica concreta, dove il gesto è parola e la parola è carne. Il “sine glossa” è il rifiuto di edulcorare il Vangelo per compiacere le curie o le accademie.
  • Entriamo nel vivo della critica ecclesiale. Molti settori, anche interni alla nostra Chiesa, hanno accusato Francesco di aver indebolito la dottrina, di aver creato confusione. Tu arrivi a citare l’Anticristo in un’accezione molto particolare. Come rispondi a chi vede in Bergoglio il “Papa del disordine”?
    Rispondo che il disordine di Francesco è un disordine evangelico. Dobbiamo stare attenti: la vera missione dell’Anticristo non è il caos visibile, ma la sacralizzazione del ragionevole, di ciò che è “bancabile”, prevedibile e gestibile. Francesco ha rotto questa “Realpolitik spirituale”. In Amoris Laetitia, ad esempio, non ha cambiato la norma metafisica, ma ha spostato il focus sulla fragilità umana, imponendo il discernimento sulla regola astratta. La critica nasce dalla paura dell’Eccedenza. Se la Verità diventa solo ciò che è “Possibile” e calcolabile, abbiamo trasformato Cristo in un contabile. Francesco ha ricordato che la Verità o è segno di contraddizione o non è. Il suo disordine è la tempesta che scuote le acque stagnanti di una fede diventata consuetudine borghese.
  • Nel cuore del libro tu delinei una sorta di “Nuova Regola Magna”. È un confronto audace con la “Regula Pastoralis” di San Gregorio Magno, un testo che per secoli ha plasmato i pastori. Quali sono i pilastri di questa regola bergogliana per il pastore del XXI secolo?
    Se la Regola di Gregorio Magno chiedeva al pastore di essere “discreto nel tacere e utile nel parlare”, la “Regola” di Francesco aggiunge la necessità della tenerezza come atto politico. Non è sentimentalismo, è una postura ontologica. I cardini sono tre: L’Ospedale da Campo: La Chiesa non può più essere una fortezza o una dogana, ma deve essere una struttura mobile, di frontiera, che cura le ferite senza chiedere il “certificato di appartenenza”. È la fine dell’autoreferenzialità. L’Ecologia Integrale: Dobbiamo riconoscere che il grido della Terra e quello dei poveri sono la stessa ferita ontologica. Non è ambientalismo da salotto, è capire che tutto è connesso. Se feriamo il creato, feriamo il corpo di Cristo nei poveri.La Cultura dell’Incontro: Sostituire il muro con il ponte. Non è un pacifismo ingenuo, ma la convinzione che la fraternità sia l’unico modo per non soccombere alla “globalizzazione dell’indifferenza”. Questa non è una regola che cerca la quiete del chiostro, ma il fuoco del mondo. Non cerchiamo risposte comode, ma l’onore della domanda irrisolta.
  • Un’ultima riflessione, Francesco. Tu descrivi con toni quasi tragici il Papa sofferente degli ultimi tempi: sulla sedia a rotelle, stanco, che apre la Porta Santa nel 2024 con un volto severo, quasi senza sorriso. Molti ci hanno visto una sconfitta. Tu invece cosa ci leggi?
    Io ci leggo la potenza massima della debolezza. Quel silenzio e quel volto scavato a San Pietro erano necessari. Francesco è cambiato: dall’entusiasmo solare della Evangelii Gaudium alla sofferenza del “rifiuto dei suoi”. Come San Francesco d’Assisi davanti alla “Regola Bollata”, Bergoglio ha vissuto sulla sua pelle lo scandalo della Verità che viene taciuta o ignorata proprio da chi dovrebbe custodirla. Quel volto severo ci ricorda che la Chiesa non è un fine in sé stessa, non è eterna nella sua forma mondana, ma è al servizio di un Regno che la eccede. Il suo lascito non è un sistema teologico chiuso, ma un cammino sinodale incompiuto. Ci ha insegnato a non aver paura di “fare disordine” se questo serve a svegliare coscienze anestetizzate dal benessere. La sua “grandezza” coincide con la proposta di un nuovo umanesimo: fragile, relazionale e, finalmente, sine glossa.