Camminare per le sale dello “Spazio A4” di Agrigento, al civico 5 di via Bentivegna non è semplicemente visitare una mostra fotografica; significa scivolare nelle pieghe del tempo insieme a chi quel tempo lo ha catturato. Ad accompagnarmi, Tano Siracusa, l’autore degli scatti. Nei suoi occhi, mentre fissa le quaranta tessere di questo mosaico visivo intitolato “Maghreb”, non c’è il distacco del fotografo che consegna i suoi scatti alla carta, ma la vibrazione viva di chi sta sfogliando i capitoli della propria esistenza. Un viaggio lungo quarantadue anni, dal 1983 al 2025, che riaffiora scatto dopo scatto.
«Vedi, questi sono frammenti di vita “rubati” alla strada», mi sussurra Tano, e la sua voce ha il calore di chi confida un segreto. «Non mi piacciono le foto con la gente in posa, amo catturare l’attimo». Si ferma davanti alla prima immagine, e mi accorgo che per lui ogni fotografia è un frammento strappato all’oblio. Dall’Algeria alla Tunisia, fino al Marocco: il suo non è un semplice reportage, è un corpo a corpo con la memoria.
Tano si accende nel rievocare il contesto di quei gesti ordinari. Indica un bambino che corre, una scena che sembra sospesa nel nulla all’interno di un bar, e si ricorda della discussione animata con i protagonisti, risentiti per aver “rubato” quell’inquadratura. Poi indica il cartello di un museo in un villaggio dove il tempo sembra essersi fermato all’ingresso del deserto. Si sofferma sullo scatto straziante della morte di un asino e, subito dopo, sul dettaglio di due mani maschili che si sfiorano: un’abitudine diffusa nella cultura africana che esprime affetto fraterno e rispetto, spogliata di qualsiasi malizia occidentale.
La sua anima si rivela nel modo in cui governa la luce e le ombre. I giochi di specchi, i riflessi geometrici di tubi o le silhouette di gabbiani in volo – fissati sulla parete dopo un’attesa paziente – non sono freddi esercizi di stile, ma il binario di luce su cui il suo racconto si dipana.
«Guarda questa», mi dice poi, fermandosi davanti a uno scatto. Un grande cartellone pubblicitario mostra il volto perfetto e patinato di una donna; in asse con il suo sguardo c’è quello di un giovane del posto. È un contrasto bressoniano tra la finzione del manifesto e la verità della carne, che rivela lo scontro silenzioso tra la globalizzazione e un mondo arcaico.
«In questa terra, io cerco e rivedo me stesso», mi confida infine, indicando una casupola rurale stretta tra i grattacieli. Questo Nord Africa, per Tano, è lo specchio della sua infanzia, la rievocazione struggente della sicurezza premoderna degli anni Cinquanta e Sessanta. La modernità che avanza lì è la stessa che ha trasformato la sua Agrigento. Un ponte emotivo teso sul Mediterraneo, dove il passato si manifesta nel presente.
È proprio in questo cortocircuito che si rivela il vero potere della fotografia. In un’epoca in cui siamo sommersi da immagini digitali, dematerializzate, consumate e dimenticate in fretta sullo schermo freddo di uno smartphone, trovarsi davanti a queste quaranta stampe restituisce al visitatore qualcosa di perduto. La foto stampata ha un corpo, ha una materia che trattiene l’inchiostro e la luce; non si limita a conservare la memoria, ma la impone fisicamente nello spazio. Quelle immagini appese alle pareti dello Spazio A4 non sono pixel effimeri da scorrere con un dito, ma finestre reali su un tempo sospeso. C’è una forza quasi sacra in questa materia cartacea che vibra e risuona, capace di agganciare lo sguardo di chi passa e sprigionare emozioni uniche, tattili e irripetibili. Quella stessa emozione che Tano ha vissuto sulla strada e che oggi, grazie alla chimica e alla carta, torna viva davanti a noi.
















