Peregrinatio Livatino: la sosta nella parr. della Provvidenza di Agrigento

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Dal 27 al 29 ottobre, la Parrocchia B.M.V. della Divina Provvidenza di Agrigento ha accolto la reliquia del Beato Rosario Livatino. Il ricco programma preparato dalla comunità guidata da don Calogero Proietto ha visto alternarsi momenti di meditazione, spazi per la venerazione e la preghiera personale, incontri di riflessione con i bambini, i ragazzi del catechismo, con i fidanzati e le famiglie. Particolarmente significativa è stata la giornata di venerdì 27 ottobre con la proposta di due momenti inediti: lo svelamento e la presentazione dell’opera “StD per essere liberi. Opera d’arte a più mani”. (vai alla scheda) Si tratta di un’opera che raffigura il giudice Livatino (realizzato da Arokiasamy Jayasoosai Maria Nathan) con in mano l’agenda dalla quale sbuca un foglietto con scritto in cima “StD”, mentre avanza in un giardino di limoni e animali (realizzato da Proietto Giovanni e Lee Domenique Proietto). Il giudice incede tra il giardino e un paesaggio bianco rosso e nero con incisa la crasi di un suo pensiero: “credenti… ma credibili”. Ricordando la definizione di Gesualdo Bufalino: “Sicilia terra di luce e lutto” e in mezzo il sangue del martire dal quale sboccia una nuova pianta. In Testa un elemento chiaro a mo’ di gloria e la parte a tufo con il motto del giudice per esteso “Sub tutela Dei” e il segno della croce e della bilancia-giustizia. Sul cielo, collaboratori della parrocchia e volontari di diversa provenienza hanno scritto parole, secondo loro, importanti per una vita degna, guardando anche all’esempio del martire. Le parole sono state suggerite da ogni partecipante all’incontro, argomentate dal singolo, commentate in gruppo e poi scritte con pastelli ad olio. La dinamica è stata guidata da Piera Lo Leggio dell’UEPE di Agrigento. 

Altro momento inedito è stata la testimonianza di quattro uomini delle forze dell’ordine, tra i primi a giungere sul luogo dell’agguato il 21 settembre 1990. Grazie al coordinamento di Francesco Curto, a distanza di 33 anni, scavando nella loro memoria, hanno raccontato di quel giorno. A prendere la parola i poliziotti Mario Scalavino, alla guida della volante “Atenea”, arrivata per prima sul posto dell’agguato, dopo avere ricevuto, all’altezza di Bonamorone, la nota di allarme della sala operativa che comunicava, senza nulla specificare, di un attentato a “nota personalità”. Con lui, quel giorno, Corrado Burgaretta. Entrambi, hanno raccontato, con la voce spezzata dall’emozione, del ritrovamento della Ford Fiesta del giudice crivellata di colpi di pistola ferma contro il guardrail, senza nessuno a bordo, Livatino, infatti, aveva tentato la fuga, a piedi, nella scarpata sottostante, dove i killer lo hanno raggiunto. Dopo un momento di smarrimento iniziale, Burgaretta, ha raccontato di essere sceso per il pendio  e di avere ritrovato il corpo, in posizione fetale, dietro un masso bianco, in fondo alla scarpata.  Racconta ancora dell’arrivo dei colleghi del giudice, delle autorità, delle altre forze dell’ordine e dei magistrati Falcone e Borsellino. Bruno Sanfilippo, della polizia scientifica, invece, ha raccontato dello straziante sopralluogo per i rilievi fotografici ma anche della sua collaborazione con il giudice per altri casi giudiziari, «un giudice – ha detto – garbato e gentile, rispettoso del suo lavoro». Ha anche raccontato un episodio condiviso con Livatino, quella volta in cui fu ritrovato il corpo di una giovane ragazza in contrada Sant’Anna e di come, sotto una pioggia battente, il beato non esitò a stare accanto a lui per i rilievi e compilare la parte descrittiva della scena. Anche Edoardo Burgio, della Guardia di Finanza, ha raccontato del suo rapporto con Livatino. Burgio ha parlato del giorno dell’insediamento, nel gennaio del 1990, della sezione di PG alla Procura di Agrigento quando, per la prima volta Livatino li incontrò e consegnò ai nuovi membri della sezione lo statuto e un crocifisso perché venisse appeso alla parete perché “quella stanza gli appariva scarna senza un crocifisso”. (vedi il video realizzato dal nostro settimanale)

 

Don Calogero Proietto al termine della visita ha parlato di «tre giorni di grazia, di forte provocazione, tre giorni intensi, storici e memorabili per la parrocchia. Bello – ha detto – anche il racconto della signorina Carmelina, un racconto semplice: lo ha incontrato senza conoscerlo nell’archivio del Tribunale e vistala in difficoltà si è reso disponibile a mettere a posto dei pesanti faldoni, solo dopo lodando quel ‘bravo giovanotto’ le è stato detto che non era un ‘giovanotto’ bensì il magistrato Livatino». 

Preziose e forti le parole di tutte le autorità intervenute, un plauso al giovane Simone Castelli per il breve filmato che in 30 secondi, grazie all’ausilio dell’intelligenza artificiale, ha animato e dato voce, ad una foto del giudice: “Ho lottato per il bene e la giustizia, ho rifiutato le logiche mafiose, ho combattuto le protezioni dei malvagi, ho messo ogni giorno “sub tutela Dei”, sotto la protezione di Dio, sapendo bene che il giorno che moriremo non verranno a chiederci se siamo stati credenti ma credibili”.

Emozionante è stata, inoltre, l’esecuzione della poesia “C’è a cammisa” di don Giovanni Mangiapane musicata dal maestro Enzo Toscano ed eseguita dai maestri Mauro Cottone ed Eleonora Tabbì. «Ancora una volta – dice Enzo Martorella – quella camicia prende vita». (vedi il video dell’esecuzione sotto)

«Ho sempre creduto nella legge e nella giustizia – racconta Carola Piraneo – e negli ultimi tempi, prima di vincere il concorso che mi ha consentito di accedere al mio attuale posto di lavoro, mi sono affidata alle preghiere del beato Livatino affinché la mia vita personale e professionale fosse caratterizzata dalla rettitudine, dalla giustizia, dal rispetto e dalla fede. In questi giorni vedere la reliquia del beato è stato un modo per riflettere sul suo vissuto, sulle sue scelte ed ha suscitato in me la voglia di perseverare nella scelta di una vita fatta di rettitudine, giustizia, rispetto e fede nel suo esempio, lontano da qualsivoglia “struttura di peccato”». 

«Ho vissuto tutti i momenti della peregrinatio della reliquia del beato Livatino – dice Rita Lentini –all’accoglienza ai saluti finali. L’avere ascoltato la sua storia di uomo raccontata da quanti lo hanno conosciuto ed hanno condiviso con lui dei momenti di vita quotidiana mi ha ancora di più avvicinata al suo modo di essere credente e credibile. Sono stati giorni pieni di Grazia. Lui è testimone di credibilità. È questo il suo miracolo». 

«La camicia del beato Livatino – racconta Piera Vella – mi ha suscitato un’intensa emozione, ho rivisto la sua immagine sofferente a differenza di quando l’ho conosciuto personalmente con mio padre quando preparavo la tesi sulla famiglia in materia giuridica. Lo incontrai nella biblioteca del Tribunale di Agrigento, lui stesso in base all’argomento mi indicò dove fossero messi, mi sorrise e mi disse “complimenti signorina una tesi veramente bella, la famiglia è la prima cellula, il punto di partenza di ogni vita umana”. Un concetto che ho riportato nella mia tesi. Per due giorni è stato per me come averlo rivisto vivo e presente».

Per Antonio Volpe «le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto hanno permesso a chi ancora non era nato o troppo piccolo per ricordare, di comprendere la dedizione con cui ha lavorato in ogni singolo giorno della sua vita. La peculiarità di ogni intervento sta nell’unicità di ogni testimonianza, l’insieme di esse ha permesso ad ogni ascoltatore di poter immaginare il giudice in ogni aspetto basandosi su dati reali». E si  sofferma sulla manifestazione “Il piacere della legalità”. «Dovrebbe essere realizzata in ogni scuola, per far conoscere l’onestà e la passione che un “giovane” giudice ha posto per voler cambiare una società che lo ha ripagato con la morte».

«All’incontro con i bambini – dice un educatore – è stato chiesto se qualcuno volesse indossare la camicia di Livatino, la risposta è stata un coro di no: ‘è brutta, sporca, vecchia, rotta’, ma dopo che il parroco ha spiegato che quella camicia era lavata nel sangue del martirio e ricoperta di tante belle parole: bellezza, fede, legalità, pace, amore, cultura, libertà, speranza e tante altre parole che man mano a turno i bambini leggevano sulla nuova icona, alla riproposizione della domanda la risposta è stata: un mare di mani alzate e un coro di ‘io, io, anch’io’». 

Per Vito Alagna «il Beato Livatino ci lascia un grande insegnamento: Se si ha fede, se si è cristiani credenti dobbiamo avere una condotta di vita conforme ai nostri valori in tutti gli ambiti della nostra vita privata e sociale altrimenti saremo solo credenti ma non saremo credibili». 

Domenica 28 ottobre, dopo la messa delle 10 i bambini, i ragazzi e le famiglie hanno piantato un albero dei rosari, così è chiamata comunemente la “Melia azedarach”, ma per tutti è l’albero di Rosario.

 

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