Scilla ha ospitato la reliquia del Beato Rosario Livatino

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«Il beato Rosario Angelo Livatino non è un santo come gli altri, dal quale ci si reca o la cui peregrinatio si accoglie per “chiedere” qualcosa. Rosario è venuto qui perché è lui a chiedere. Innanzitutto coerenza fra ciò in cui si crede e il modo in cui si vive». Con queste parole don Gero Manganello, custode ecclesiale della Reliquia, ha presentato la figura del Giudice Santo alla comunità di Scilla, in Provincia di Reggio Calabria, accorsa al gran completo, lo scorso lunedì 20 giugno 2022, per accogliere la camicia indossata dal magistrato nel momento del suo assassinio, il 21 settembre 1990, segnata dai fori dei proiettili e dal sangue versato per la causa «della giustizia e, indirettamente, della fede», come dirà San Giovanni Paolo II Papa nel corso della sua storica visita apostolica alla Chiesa agrigentina, nel 1993.

(foto pagina FB Centro Evang. Ag)

Organizzata dall’Associazione Casa-Museo Giudice Livatino, con la collaborazione della Parrocchia e dell’Istituto comprensivo di Scilla, del Centro per l’Evangelizzazione dell’Arcidiocesi di Agrigento e sotto il Patrocinio del Comune di Scilla, la Peregrinatio Reliquiæ, protrattasi fino a tarda sera di martedì 21, è iniziata alle 18,30 del 20 quando ha trovato ad accoglierla, alla villa Comunale della cittadina calabrese, con la Banda «Clemente Scarano-Città di Scilla», l’arciprete don Francesco Cuzzocrea, il sindaco Pasqualino Ciccone, la presidente dell’ass. Casa-Museo Claudia Vecchio, la dirigente scolastica Daniela Antonia Panzera e numerose altre autorità civili e militari.
Seguita da gran popolo, la Reliquia ha percorso tutta la villetta, fino all’anfiteatro dove don Manganello, assistito da don Cuzzocrea, ha presieduto la santa Messa e tenuto l’omelia. Incantato dal panorama, il presbitero agrigentino s’è lasciato sfuggire una battuta: «Se il Paradiso è come Scilla, voglio andarci subito!». Ma ad aver affascinato e commosso l’uditorio è stata la figura del beato, raccontata da don Gero fin dall’infanzia, come emersa dalle carte ora custodite da Casa-Museo. Nato in un’agiata famiglia di Canicattì, figlio unico, cresce con una rigorosa educazione cattolica e borghese. La prima comunione non la fa in Parrocchia ma a Napoli, presso il convento delle Suore vocazioniste, fra le quali vi è la zia. Tutto fa pensare che passerà il minor tempo possibile per la cresima. E invece Rosario ritarderà il momento fino ai trentacinque anni! Il tempo necessario a capire in pieno la sua vocazione, ossia il posto scelto da Dio per lui e lui soltanto, come insostituibile tassello di un mosaico, secondo l’immagine di don Manganello. Una vocazione chiara e dura, che promette beatitudine, ma non felicità in senso terreno. Che esclude il matrimonio e la paternità, perché disposta ad andare fino al martirio, come poi succederà: servire la giustizia a qualsiasi costo, senza alcun compromesso, con rigore e preparazione, con la sola mitigazione della misericordia e del rispetto dei diritti di tutti, imputati e condannati compresi. Come ha potuto evitare di lasciare una vedova e degli orfani Rosario, se lo avesse potuto, avrebbe risparmiato il dolore più grande anche ai propri genitori, come emerge dai suoi appunti.
Finita la Messa e lasciata la Reliquia alla venerazione dei presenti, la presidente Vecchio ha introdotto la serata di riflessione sui temi di diritto, fede, giustizia, lotta alle mafie, nel segno di Livatino. Sono stati proiettati il cortometraggio «Il giovane giudice – Rosario Livatino» di Angelo Maria Sferrazza e le potenti parole di San Giovanni Paolo II, impresse nella memoria di molti italiani, contro la tracotanza mafiosa, pronunciate nella Valle dei Templi. Il cortometraggio ha restituito la figura di estremo rigore personale e professionale e insieme di tenerezza nei rapporti umani di Livatino.
Si sono quindi succeduti gli interventi. Il sindaco di Scilla s’è detto colpito da alcuni episodi della vita del magistrato che ne rivelavano il rigore nell’applicazione della legge non solo quando si trattava di punire, ma anche di rispettare tempestivamente i diritti dei condannati, a costo di sacrificare il proprio riposo ferragostano. Le magistrate Mariagrazia Lisa Arena e Concettina Epifanio, presidenti dei tribunali, rispettivamente, di Reggio Calabria e della vicina Palmi hanno indagato sia il rapporto fra fede e diritto, nei limiti del principio di laicità, sia l’eredità scientifica tutt’altro che secondaria di Livatino che ne è stato un perfetto esempio di sintesi. L’avv. Marinella Gattuso, assessore comunale alla Cultura, ha portato la sua testimonianza di giurista e di amministratrice mentre il prof. Marco Pappalardo ha proseguito l’approfondimento sulla figura del magistrato di Canicattì, da lui indagata nel libro «Non chiamatelo ragazzino», titolo che sfata un luogo comune sorto fin dai tempi di un’interpretazione controversa di una pubblica sfuriata dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Domenico Nasone ha quindi portato il saluto di Libera, associazione da decenni in prima linea nella lotta della società civile alle mafie.
Ai maestri scillesi Francesca Scarano, al violino, e Domenico Santacroce, al pianoforte, sono stati affidati i commenti musicali.
Martedì 21 giugno la Reliquia è stata portata nei luoghi di cura degli anziani per venire esposta alla venerazione personale presso il Duomo dell’Immacolata per il resto della giornata. Trasportata alle 19 nella chiesa di San Rocco, patrono della città, l’arciprete di Scilla don Francesco Cuzzocrea vi ha presieduto la santa Messa assieme a don Manganello, compendiando nell’omelia i forti messaggi ricevuti da Livatino nel corso di due giorni, riassumibili nell’invito evangelico a percorrere la via stretta dell’amore e della giustizia, anche se scomoda a volte fino al martirio, anziché la via larga della prevaricazione e delle prepotenza che a ben guardare non produce benessere neanche terreno, ma solo paura e sospetto.

Ne è seguita una fiaccolata ancora verso l’anfiteatro della villa Comunale, dove i ragazzi della Scuola secondaria hanno scosso le coscienze con una rappresentazione dal titolo «La banda del sogno interrotto».

                                                                                           Giovanni Panuccio

(foto pagina FB Centro Evang. Ag)

 

 

 

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