Solennità Immacolata, Montenegro: «Non accontentiamoci ma siamo audaci»

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Andare controcorrente, amare ciò che dura e vale, girare le spalle al male ed alla mediocrità tenendo come punto di riferimento e modello Maria. Si può riassumere così il messaggio alla città ed ai cristiani che, l’arcivescovo Montenegro ha rivolto nel corso dell’Omelia per il solenne Pontificale dell’Immacolata. L’Immacolata ci viene presentata dall’arcivescovo Francesco come modello di chi accetta la proposta, anzi la sfida di Dio di Cambiare le cose. Imitando Maria, ci dice il nostro vescovo, possiamo sognare e costruire una citta bella. Di seguito vi proponiamo, integralmente l’omelia dell’arcivescovo.

«Oggi la Chiesa ci chiede di ammirare e di sognare. Oggi è il giorno della bellezza. Lo ripeto ogni anno. Ammiriamo questo grande capolavoro di Dio: l’Immacolata. E ammirando sogniamo. Perché ciò che Dio ha realizzato in Maria è ciò che desidera per noi. Sì, anche noi, come Maria, siamo i Suoi capolavori. Ma è possibile? Come? Maria si sentì dire dall’Angelo: “Il Signore è con te”. Con queste parole Le viene indicato il Suo destino, la grandezza della Sua missione e il segreto della Sua graziosità: la presenza di Dio nella sua vita. Queste parole poi sono la dichiarazione d’amore che Dio fa anche a noi; amore così grande, da farsi uomo e mettere in comune con noi la Sua vita divina e la Sua felicità.

Allora la bellezza dell’Immacolata è solo da ammirare o è qualcosa di più? Dobbiamo desiderare tale bellezza o è sufficiente contemplarla? La risposta è che senz’altro bisogna desiderarla perché anche a noi Dio chiede di vivere nella sua grazia e di sentirci suoi familiari. Diceva Paolo VI: “La grazia è la più alta bellezza dell’anima”.

La bellezza che Maria ci fa desiderare non ha nulla di artificiale, perché ha le sue radici in Dio: “ci ha fatto dono di preziose e grandissime promesse, in modo che diventassimo per mezze di esse partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4). Dovremmo stupirci – così come ci si meraviglia dinanzi a un’opera d’arte –  al pensiero che Dio donandoci la Sua bellezza – come la luna che riflette la luce del sole – ci ha resi le belle vetrine del Suo amore. Ecco perché la bellezza che ci dona non è legata all’età e non scompare col tempo. Maria infatti è come le nostre mamme. Le sue rughe, nell’età matura, sono state come quelle delle nostre mamme. Le rughe non la fanno brutta, Lei resta sempre bella perché il suo cuore è pieno d’amore. Come quello delle nostre mamme!

L’Immacolata fa pensare. La Chiesa oggi ci presenta Maria nella sua genuinità e libertà, lealtà e obbedienza, fortezza e fedeltà, padronanza di sé e senso di responsabilità, spirito di servizio e totale abbandono a Dio; è la bella novità per un mondo che invece preferisce la superficialità, propone la mediocrità e fa desiderare cose di scarso valore tarate per durare breve tempo. Oggi accettiamo passivamente che altri, nelle piazze mediatiche, possano tenere i fili dei nostri sentimenti ed emozioni, mentre si considera Dio un padrone. In talune trasmissioni televisive si espone la propria vita come in una vetrina, senza ricevere o dare rispetto; l’amore diviene merce da usa e getta, la bellezza si confonde e si fonda sull’apparenza e la si affida al mondo del finto; diventa norma condivisa dalla maggior parte ciò che piace e si è disposti a tutto pur di ottenerlo (i comportamenti di tanti adolescenti e giovani vedono gli adulti complici), si cercano affannosamente e insensatamente le cose di quaggiù, riassumibili nell’avere, nel potere e nel piacere, perché sono considerati gli unici beni capaci di rispondere ai tanti, ma finti, bisogni dell’uomo d’oggi. Maria, Immacolata perché senza peccato, ma anche perché ha vissuto una vera amicizia con Dio, ci spinge ad andare contro corrente: ad amare ciò che dura e vale, a preferire l’interiorità e a sentire nostalgia di Dio, fonte di ogni bellezza. Ci invita a girare le spalle al male e a ciò che è mediocre per amare il bene e ciò che conta davvero.

Parlare di bellezza mi fa pensare ad Agrigento, definita da Pindaro la più bella città dei mortali. La immagino questa mia città con le radici piantate in cielo. Per questo la vedo bella. La chiesa vive la città e vive in essa senza però identificarsi con essa. Le è amica e per questo l’ammira con gli occhi pieni di speranza. Non è però facile parlare di Agrigento ad Agrigento. Quando si tenta di farlo, la reazione di chi ascolta spesso è il silenzio o il rifiuto. Come Vescovo ho il dovere di parlare. Mi è stato fatto notare che gli agrigentini si sentono giudicati e colpevolizzati dalle mie parole, ma – credetemi – non intendo essere il giustiziere di questo territorio e dei suoi abitanti, semmai sento il ‘pulito’ desiderio di pizzicare il loro orgoglio perché insieme ci rendiamo conto che questa città è nostra, questo è il motivo per cui merita di essere amata e vissuta da tutti. Tacere sarebbe più facile e più comodo per me, ma rifiuto di seguire la logica del “chi me lo fa fare”, e fare il gioco di chi preferisce che le cose restino come sono. Ma io non accetto che le cose vadano come devono andare,‘tanto ormai…’. Non si può guardare al futuro pronunciando le parole ‘tanto ormai’, soprattutto se, come agrigentini, si ha la responsabilità di un nobile passato e di una bellezza che in ogni parte del mondo ci invidiano. Sono belle le pietre antiche con cui è stata costruita Akragas, ma non valgono meno le pietre vive – noi – che formiamo l’Agrigento di oggi. Un passato interessante non può non proiettare verso un futuro interessante, ma occorre anche vivere un presente interessante. Ognuno di noi deve sentirsi costruttore e non solo abitante di questa città. Il futuro non riesce a piantare le sue radici nella rassegnazione dei più, né può interrarle nel vaso di pochi (coloro che prendono le decisioni), il futuro ha bisogno di terra fertile e di tanta terra. Se ci interessano le scoperte che si vanno facendo nella valle dei templi, perché non siamo altrettanto interessati e preoccupati di lasciare una storia altrettanto ricca a chi verrà dopo di noi? Il viaggio della vita si può affrontare solo se si è attrezzati di speranza. Non saranno gli sconfortati borbottii del ‘chi me lo fa fare’, del ‘non sono fatti miei’ a costruire il nuovo. La bellezza non si compra al supermercato, ma si costruisce, anche se con fatica, oggi e insieme. Non possiamo gloriarci – so di ripetermi –  che Agrigento è stata terra di geni, di talenti, di grandi uomini e intanto vedere, o addirittura invitare, i nostri giovani ad abbandonare questa terra e poi renderci conto che, fuori da questa provincia, sono apprezzati e cercati per le loro capacità! Rubiamo a Pindaro le sue parole e convinti ripetiamo: oggi Agrigento è la più bella città dei mortali. Abbiamo le carte in regola! Mettiamo passione per la nostra città, continuiamo la splendida storia passata reinventandola. Ce la faremo se non cercheremo solo gli interessi personali o di gruppo ma il bene di tutti. L’egoismo imbriglia e soffoca. Chiesa, politica, istituzioni, imprenditoria, volontariato, tutti insieme perciò per un sussulto, non un singhiozzo, di vita nuova, di orgoglio sano, di voglia di nuovo. Ha ragione chi ha detto: “una città è prima di tutto uno stato d’animo”. Amiamola questa città! Non può essere solo un certificato di nascita a farci agrigentini, ma la convinzione di trovarci dentro un destino comune per costruire … una storia piena di bellezza. Non dimentichiamolo, il futuro è già nelle nostre mani ed è già cominciato, ora.

Ciò che dico alla città, lo dico anche alla nostra Chiesa. A noi credenti tocca essere vivi e vivaci per donare a questa terra brio, gioia, speranza, desiderio di ciò che è grande e perciò essere noi i primi a non accontentarci della mediocrità, delle mezze misure, dei gesti senz’anima. Direbbe il Papa di non essere cristiani da pasticceria. Noi non possiamo dare per scontato Dio, la santità è il nostro abito, il cielo il nostro destino e la bellezza il nostro distintivo. Equipaggiamoci finalmente di audacia, di intraprendenza, di creatività, non accontentiamoci di ciò che facciamo, siamo figli del fuoco e del vento, strumenti dello Spirito santo, protagonisti per fede di una storia nuova. Il Signore in questo impegno ci rasserena dicendoci: “Non abbiate paura” (Mt 28,5). Convinciamoci di essere per questa terra “profezia dell’avvenire” (NMI 3) e “portatori di futuro” (Benedetto XVI).

L’Immacolata è il modello di chi accetta la proposta, anzi la sfida, di Dio di cambiare le cose, Lei accettandola è entrata da protagonista convinta in una storia più grande di lei. Non le è stato facile, ma Dio è stato la sua forza. Noi, imitando Maria che dice il suo sì, possiamo sognare e costruire una città bella se sapremo accogliere e vivere la Parola, se riempiremo dello stesso profumo del Pane eucaristico questa terra e se porteremo sempre con noi una buona e grande scorta d’amore.

Il mio augurio per questa mia città e per questa mia chiesa oggi è di tanta bellezza e anche di tanto coraggio».

 

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