Addio al maestro Pippo Flora

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Il 20 gennaio, all’età di 89 anni è morto Pippo Flora, una perdita non solo culturale ma anche umana per la Sicilia, per la città di Agrigento e per gli amici.

camera ardente allestita nel foyer del teatro Luigi Pirandello (ph.CP)

In questi giorni numerosi sono stati i ricordi personali e gli attestati di stima, per l’uomo, l’amico e il professionista che per decenni è stato anima culturale di tante iniziative musicali e teatrali in città e non solo. In tanti si sono messi in fila per rendergli un omaggio silenzioso, nella camera ardente allestita nel foyer del teatro Luigi Pirandello (foto a destra) di cui fu sovrintendente per 12 anni. Appassionato di musica jazz e in particolare del musical; per decenni ha educato intere generazioni al bello attraverso l’arte della musica e del teatro. Sono sue le musiche e gli arrangiamenti de “I Promessi Sposi – Opera Moderna”, con la regia di Michele Guardì, uno spettacolo che dieci anni fa ebbe grande successo in tournée nei teatri di tutta Italia e nella Valle dei Templi. Flora ha iniziato la sua carriera musicale con alcune opere come Ulisse, Orfeo, un Romeo and Juliet in dialetto siciliano, la storia d’amore tra un ragazzo ebreo e una ragazza musulmana, e Nela e Sahabin, altra storia d’amore basata su una leggenda rappresentata in Italia e all’estero in alcuni teatri lirici. I funerali di Pippo Flora sono stati celebrati sabato 22 gennaio nella chiesa San Domenico. A stringersi attorno alla famiglia gli amici, i colleghi, le autorità civili, il Consiglio di Amministrazione del teatro. 

A presiedere le esequie don Baldo Reina, a concelebrare don Giuseppe Giammusso, suo padre spirituale; ad animare la Messa il coro Magnificat che ha eseguito brani dello stesso Flora in particolare il Padre nostro. A questa accorata preghiera – liberamente ispirata al Padre nostro dei Vangeli, che ha impreziosito l’opera moderna de “I Promessi Sposi” – ha fatto riferimento don Baldo nell’omelia: “Vorrei riavvolgere il nastro della storia – ha detto – e riportarlo al momento o ai momenti durante i quali Pippo ha musicato questo testo… lo vedo mentre legge e rilegge il Padre nostro tante volte recitato a memoria e prova a entrare nello spirito di un testo che travalica la ragione e apre a orizzonti di luce, mentre descrive un dialogo bellissimo tra il Figlio e il Padre, tra l’Atteso delle genti e la Meta di ogni attesa. Me lo immagino Pippo mentre è li a indagare ogni singola parola con quel suo sguardo profondo e intelligente, a lasciarsi interrogare da quelle frasi brevi e dense, forti come i colpi di uno scalpello che poco alla volta fa emergere un nuovo, inatteso capolavoro. E con l’ingegno che gli apparteneva Pippo ha provato non solo a riscriverlo ma ad attualizzarlo, a portarlo accanto alla sua vita e – nella proposta artistica – alla vita di ogni persona che avrebbe ascoltato e gustato quelle parole, quella musica, quelle scene. Forse – proseguito – in quella preghiera Pippo ha rispecchiato la sua vita, i suoi sogni, le sue sofferenze, i suoi ideali e i suoi limiti, le sue paure e i suoi errori. Nel Padre di Gesù Cristo – probabilmente dopo anni di ricerca e di lotta interiore – ha saputo collocare i tanti perché della sua vita insieme ai tanti germogli di bene disseminati e accarezzati… Pippo ha avuto la grazia – ha proseguito – di fare l’esperienza dell’incontro con il Padre, ha gustato la grazia di sentirsi avvolto dalla sua misericordia”.  

A questa ricerca approdata all’incontro con Cristo, ha fatto riferimento padre Giuseppe Giammusso nel suo intervento, ricordando il suo cammino di avvicinamento al Padre, “ fondato sulla partecipazione quotidiana all’Eucarestia, sulla preghiera e sull’ascolto e meditazione della Parola”. Lo descrive come un uomo umile e semplice. “La sua Casa alla Rupe – ha detto – era diventata una cattedrale a cielo aperto, aperta a tutti per momenti di preghiera, veglie di adorazioni la recita del Rosario”.  Avvertiva il mistero di Dio nella sua vita. Mi faceva notare – racconta – come nella figura dell’innominato dei Promessi Sposi, ripresenta il dramma della nostra epoca che non è la mancanza di Dio – diceva – ma il fatto che gli uomini non soffrono di questa mancanza. La supplica – continua – di Lucia all’innominato, «Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia» irruppe nel suo cuore; il cammino che abbiamo fatto insieme è stato un cammino interiore di contemplazione e adorazione; aveva capito che il segreto del cristiano è l’Eucarestia. Ogni mattina era in Chiesa, raccolto davanti al tabernacolo e li sostava in contemplazione”. Per don Baldo “l’amore per la musica gli ha permesso di mantenere aperto il rapporto con il Cielo, ha saputo dirci cosa è in grado di realizzare la musica quando la si accoglie pienamente; con la musica nel cuore è possibile rialzarsi quando si cade e raggiungere le mete più alte, andare sempre oltre; oltre i limiti, oltre i fallimenti, oltre le contingenze, oltre i soldi e il benessere, oltre l’apparenza, oltre i pregiudizi e – addirittura – oltre la vita stessa. E Pippo l’ha interpretato proprio in questo modo il suo rapporto con la musica. Questa gli ha permesso di andare oltre, sempre e di non fermarsi mai di fronte a nulla, perché c’era qualcosa che ancora lo affascinava, c’era ancora una melodia che meritava di essere portata alla luce. La musica gli ha concesso di raccontare l’amore e la vera bellezza, di immaginare un’umanità in cui finalmente riusciamo a guardarci negli occhi come fratelli anche se siamo bianchi o neri, ebrei o palestinesi, cattolici o musulmani; forse proprio la musica gli ha permesso di andare sempre più in profondità fino al punto di desiderare quotidianamente l’incontro con il Signore nel sacramento dell’Eucarestia… Ponendosi – ha concluso –  in un atteggiamento di ricerca Pippo non ha avuto nessuna remora ad accogliere il Dio dell’amore; a quest’amore Infinito ha affidato tutta la sua vita, riconoscendosi pellegrino dell’amore e bisognoso di attingere costantemente alla sorgente dell’Amore… A noi rimane una grave responsabilità – ha concluso – la sua vita è un monito. Pippo si è speso per rendere più bella la nostra città. Dai giardini alla musica, dall’arte al teatro. Ha fatto la sua parte. L’ha fatta con passione, senza mai pensare al suo interesse personale, l’ha fatto perché ci credeva, perché credeva nel potere della bellezza, perché riteneva che solo la bellezza ci può riscattare. Il suo operato per noi è una domanda: ma noi cosa stiamo facendo? Come ci stiamo impegnando? Questa terra ha bisogno di persone come Pippo. Di uomini e donne generose, che sanno fare della loro vita un’opera d’arte e della città in cui vivono un capolavoro; di cittadini e amministratori fieri di vivere in una città dalle radici profonde che può ancora sperare in un futuro migliore; di persone talentuose che hanno voglia di correggere le tante storture nelle quali ci muoviamo perché meritiamo di più; adesso che Pippo Flora ci ha lasciato, tocca a noi, a ognuno per la propria parte, a ognuno per quello che può”.  

Al termine delle esequie, dopo il saluto delle nipoti, la salma è stata accolta, in piazza Municipio dai tanti, che per l’emergenza sanitaria in corso, non hanno trovato posto in chiesa, per l’ultimo caloroso applauso prima della sepoltura al cimitero Bonamorone. Personalmente mi piace pensare alla dipartita di Pippo Flora e alla sua vita come al punto di pausa in musica che non è mai assenza di suono, ma attesa generazione del suono successivo. «Misericordias Domini in aeternum cantabo»

Carmelo Petrone

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