Agricoltura, il virus e le menzogne sul “lavoro rubato”

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È allo scrittore Norman Mailer che dobbiamo l’invenzione della parola “fattoide” per indicare un fatto “verosimile” che inizia a esistere nella mente delle persone dopo essere stato creato dai media. Nell’era dei social l’opinione pubblica è travolta da molti “fattoidi”. Un classico “fattoide” sovranista che circola è che i lavoratori immigrati tolgono posto agli italiani. In un pezzo scritto qualche tempo fa su queste colonne raccontavo che in un bel libro sulle migrazioni Nicola Coniglio ricorda come in Carolina del Nord nel 2011 siano state messe a bando pubblico 6.500 posizioni lavorative stagionali alle quali hanno risposto, completando il percorso lavorativo, solo 7 disoccupati locali sui 500mila presenti in quel territorio. L’autore ricorda come nel medesimo periodo gli stagionali provenienti dal Messico contribuivano al Pil dello Stato americano per 317 milioni di dollari creando secondo alcune stime un posto di lavoro locale per ogni 3-4 stagionali.

Il gigantesco esperimento di distanziamento sociale a cui il coronavirus ci ha costretti ci sta facendo sbattere la testa contro questa realtà anche in Italia. La denuncia di numerosi proprietari agricoli in questi giorni di primavera è che molti prodotti dell’agricoltura italiana rischiano di marcire nei campi per l’impossibilità (o la non disponibilità) degli stagionali di venire a lavorare nel nostro Paese. Il problema è talmente grave che la ministra Bellanova sta correndo ai ripari, siglando un accordo con il governo romeno per l’invio di stagionali al fine di evitare che il 40% della nostra frutta e verdura non venga raccolto.
Ci siamo sgolati, in questi anni, a spiegare e documentare la complementarietà tra lavoratori stranieri e italiani nel nostro Paese. A evidenziare che i mercati del lavoro sono molto segmentati, ovvero che i lavoratori non sono figurine spostabili da un’attività produttiva all’altra, da una professione all’altra (un laureato in legge di Palermo non può fare domani l’ingegnere a Milano, un parrucchiere di Brescia non accetterà con grande probabilità un lavoro di stagionale agricolo nella zona di Pinerolo, un disoccupato con reddito di cittadinanza non vedrà molto di buon grado la possibilità di interrompere l’erogazione per andare a fare lo stagionale e raccogliere frutta e verdura).
La notizia ha scatenato nel dibattito sui social un polverone rimettendo in discussione tutta la costellazione dei fattoidi sovranisti. Che gridano allo «sfruttamento della manodopera agricola», affermando che se i braccianti agricoli fossero pagati “molto di più” gli italiani arriverebbero e il problema non si porrebbe.

Insomma vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca. Pagare al supermercato i prodotti agricoli a prezzi che ci dovrebbero insospettire perché non solo nascondono condizioni di manodopera non molto dignitose (riuscendo spesso comunque a offrire a chi viene da condizioni di povertà lavori da quel punto di vista comunque appetibi-li), ma anche rischi per la nostra salute. Tra i luoghi comuni scoperchiati dalla notizia e dal dibattito c’è l’altro fattoide che tutta la colpa sia dell’euro e della ‘deflazione salariale’ che ci costringe a tenere le paghe basse per essere competitivi a livello internazionale. La realtà – pessima – dice invece che le condizioni degli stagionali agricoli sono esattamente le stesse negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutti Paesi ad alto reddito, euro o non euro. Il difetto fondamentale del nostro Paese sono i fumi ideologici, l’astrattezza e l’incapacità di capire che i problemi li possiamo risolvere solo rimboccandoci le maniche, senza scomodare Marx, Keynes, Milton Friedman e i massimi sistemi.

Abbiamo tutti la stessa dignità, ma non agiamo tutti allo stesso modo. Così è in tutti i campi della vita. Anche in Italia, anche oggi, anche ai tempi dell’euro le imprese agricole italiane non sono tutte uguali. Ci sono quelle che sfruttano persone e ambiente e fiducia dei compratori finali. Ma ce ne sono molte che, invece, sono capaci di coniugare qualità dei prodotti, uso maggiore delle tecnologie, dignità del lavoro e sostenibilità ambientale senza dover necessariamente praticare prezzi proibitivi. E ci sono informazioni e piattaforme in rete dove è possibile acquistare anche online i prodotti di queste aziende oltre a gruppi di acquisto che ci mettono in contatto con le eccellenze delle filiere locali. Se imparassimo a ‘votare col portafoglio’, premiando con le nostre scelte i prodotti (solidali, dell’agricoltura sociale, ‘caporalato free’) di aziende capaci di coniugare qualità con dignità del lavoro e sostenibilità ambientale avremmo fatto un atto di vera e civile ‘sovranità’ e saremmo un bel passo avanti nella soluzione del problema. Abbiamo in tasca le chiavi dei lucchetti delle nostre catene. Le chiavi dobbiamo usarle, però.

Leonardo Becchetti – Avvenire

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