Card. Montenegro, “lo sguardo che parte dal cuore è la prima forma di cura”

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Abbiamo bisogno di “contemplare lo sguardo di Gesù per imparare a metterci vicino ai fratelli sofferenti… lo sguardo di Dio verso i suoi figli deve diventare il cuore della spiritualità di chi si mette a servizio dei malati”.

Lo ha detto il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, presidente di Caritas italiana e della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute, nella prolusione con cui ha inaugurato lunedì 14 maggio a Roma il XX convegno nazionale “Uno sguardo che cambia la realtà. La pastorale della salute tra visione e concretezza”, promosso fino al 16 maggio dall’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei.

Evocando lo sguardo di Gesù verso gli apostoli, verso Marta e Maria, verso i sofferenti oggetto dei suoi miracoli di guarigione, verso la vedova con il figlioletto morto, verso Sua Madre dalla Croce, Montenegro osserva: “Gli occhi dicono più delle parole”. “Impariamo da Lui lo sguardo giusto, ma se dovesse essere complicato guardiamo quello che i poveri, gli scartati, i malati rivolgono a noi”. “Siamo a servizio degli uomini fragili”, sottolinea ancora, e “lo sguardo che parte dal cuore è la prima forma di cura. Gli occhi arrivano prima delle mani e sono la finestra del cuore”. Oggi, riconosce, “mettiamo al centro dell’altare il crocifisso ma non i crocifissi” perché “nelle nostre comunità abbiamo talvolta delegato l’amore, una cosa che non si può delegare”. “Mentre pensiamo alla società che deve cambiare – continua il cardinale -, pensiamo anche ad una Chiesa nella quale ci si preoccupi dei sofferenti. Dobbiamo preoccuparci che le nostre comunità mettano loro al centro”.

Per Montenegro, la Chiesa, “continuatrice di Cristo”, come Gesù “deve farsi serva, insegnare e praticare l’attenzione alla vita, deve accogliere il nascituro, curare il malato; aiutare il povero e ospitare l’immigrato; deve visitare il carcerato e proteggere l’anziano”. “Per la Chiesa le fragilità sono dono e opportunità che trasformano le ferite in feritoie”. Il malato, in particolare, non è un caso da studiare ma è anzitutto un uomo con “il diritto di vivere e sperare fino alla fine”. Per questo “la risposta profetica della Chiesa alle sfide e alle provocazioni del mondo della salute” è “l’offerta della speranza. Le medicine sono importanti ma quanto vale quella mano che le porge e quel sorriso che le accompagna?”. Sua missione, conclude Montenegro, è “cercare l’uomo, caricarselo sulle spalle”. Così “il pianeta salute può trasformarsi in laboratorio della civiltà dell’amore”.

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