Lampedusa – Messa interforze, mons. Damiano: “Solo le ‘periferie’ possono diventare ‘frontiere’”

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Giovedì 16 marzo 2023, nella parrocchia San Gerlando di Lampedusa, l’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, ha presieduto la celebrazione della S. Messa interforze, in preparazione alla Pasqua, a cui hanno preso parte gli uomini delle Forze Armate, Forze di Polizia ed Enti dello Stato di stanza sull’isola di Lampedusa.
Con l’Arcivescovo hanno concelebrato don Salvatore Falzone, Cappellano del Comando Legione Carabinieri Sicilia, don Antonino Pozzo, Cappellano del Comando regionale Sicilia Guardia di Finanza e ed il vice parroco di Lampedusa padre Pastor. Erano presenti il Col.Vittorio Stingo, Comandante Provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Agrigento ed il Col. Andrea Desideri,del XII Regimento Carabinieri Sicilia che operano nel hotspot di contrada Imbriacola.
Nel suo intervento omiletico l’Arcivescovo ha ringraziato le Forze Armate, le Forze dell’Ordine e di Soccorso che, ogni giorno, si adoperano, in condizioni di grande difficoltà, per la salvaguardia e la tutela della collettività e della vita umana. Commentando la liturgia della Parola del giorno si è soffermato sulla prima lettura dal profeta Geremìa in particolare sull’esortazione del profeta al popolo: «Ascolta, Israele!» è – ha deto mons. Damaino – il ritornello che scandisce il dialogo, sempre turbolento ma mai interrotto, tra Dio e il suo popolo. È la formula che introduce le tante alleanze, sempre tradite da Israele con la sua infedeltà, ma sempre rinnovate da Dio nella sua misericordia. È il primo dei comandamenti, dal quale tutti gli altri scaturiscono, non come regole per vivere da schiavi, ma come condizioni per diventare pienamente maturi e veramente liberi. Quando l’alleanza — ogni volta infranta e ogni volta ristabilita — si compie, avviene il ritorno. Si ricompongono, cioè, quelle relazioni fondamentali, che costituiscono la nostra identità e ci conferiscono una certa stabilità, ma che il peccato volta per volta compromette: quella fondamentale con Dio e, di conseguenza, quella con noi stessi, quella con gli altri, quella con il contesto sociale e quella con la terra”.
I profeti biblici – ha notato l’Arcivescovo – “non erano indovini, futurologi o preveggenti dell’avvenire; erano in primo luogo interpreti di eventi presenti, di una pedagogia divina. Cristo ha affidato alla Chiesa questo compito”.
E rivolgendosi agli uomini e alle donne presenti in Chiesa ha loRo ricordato che il Battesimo ci abilita ad essere tutti profeti in Cristo, impegnati ad annunciare il Vangelo con la parola e con le opere. “Voi – ha detto – potete con il vostro servizio in questo contesto esercitare il vostro essere profeti con lo stile con cui lo vivrete …”

E soffermandosi sul tempo presente, ha evidenziato come esso ci chiede il ritorno ad una società veramente umana e ad una Chiesa autenticamente evangelica. “Sogno – ha notato – che non si realizzerà fino a quando il cristianesimo sarà ridotto ad un fatto meramente culturale e i credenti continueranno esclusivamente a occuparsi della conservazione di una tradizione che di cristiano ha solo la forma”.
Ha fatto poi riferimento ai «percorsi di speranza», che in mezzo alle dense ombre del tempo presentE propone il magistero pontificio di Papa Francesco quali segni della presenza di Dio nel cammino dell’umanità. E da Lampedusa, soffermandosi sul percorso dell’accoglienza,  ha detto come esso passa attraverso quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”.

E facendo riferimento alla posizione geografica della Maggiore delle Pelagie ha notato come

Solo le “periferie” possono diventare “frontiere”, perché le terre internate sfuggono per definizione — quasi fisiologicamente, potremmo dire — a questa apertura immediata alla alterità.

Solo le periferie, come quella lampedusana dove il nord e il sud del mondo si danno appuntamento, possono diventare profezia di un incontro tra culture, destinato a cambiare le sorti della storia.
Affinché questa “Porta d’Europa” – ha detto – possa rimanere e permanere sempre aperta e accogliente, occorre che noi affiliamo la vista, aguzziamo lo sguardo verso i bisogni, le gioie e le speranze, i dolori e i lutti delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in umanità, chiunque essi siano. Per fare ciò c’è bisogno dell’attenzione, perché porre attenzione all’altro è vita, è vivere”.
Ha concluso l’omelia citando la filosofa spagnola Maria Zambrano (1904-1991) che nel novembre 1964 scrisse un messaggio che rimane attualissimo: “L’esercizio – scriveva – dell’attenzione è la base di ogni attività, è in certo modo la stessa vita che si manifesta. Non prestare attenzione equivale a non vivere (no atender es no vivir)”.
Sì – ha detto – la filosofa ha ragione: si vede solo con l’amore!”
Non è, infine, mancato l’auspicio che si è fatto preghiera: ”Il Dio altissimo ci ispiri percorsi non solo di collaborazione culturale e promozione sociale, ma soprattutto di umanizzazione da una parte e dall’altra. E ci conceda che, diventando più uomini gli uni con l’aiuto degli altri, attraverso rapporti di autentica e paritaria reciprocità, diventiamo anche più fratelli. Anzi, diventiamo “fratelli tutti”, proprio come il Santo Padre ci ha esortato nella sua ultima enciclica”.

Prima della benedizione finale ha preso la parola il Col. Andrea Desideri che,  a nome di tutti,  ha ringraziato l’Arcivescovo per la presenza e le riflessione offerta ai presenti: “Lampedusa, ha detto, è una realtà dove tutti gli attori protagonisti,  Forze Armate Italiane e Forze di Polizia, lavorano in maniera sinergica per garantire, in maniera univoca, un’accoglienza dignitosa alle persone migranti e adempiere il giuramento di fedeltà al nostro Paese”

Carmelo Petrone

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