Le telecamere di RaiUno portano Agrigento e la sua Cattedrale nelle case degli italiani

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(foto Edoardo Cicala)

Domenica 28 aprile, II Domenica di Pasqua o Domenica della Divina Misericordia, nel contesto del programma “A Sua Immagine”, di RaiUno,  è andata in onda dalla Cattedrale di Agrigento – per la regia televisiva di Gianni Epifani, coadiuvato, da Simone Chiappetta e dalla voce di Simona De Santis–  la Santa Messa teletrasmessa.

La Celebrazione Eucaristica è stata presieduta dall’arcivescovo di Agrigento, card. Francesco Montenegro; hanno concelebrato il parroco della Cattedrale, don Giuseppe Pontillo e il vicario generale, mons. Melchiorre Vutera . Ad animare, con il canto, la liturgia, il coro diocesano e il coro Magnificat, diretti dal diacono Giovanni Gattuso, mentre i seminaristi, guidati dal cerimoniere, don Mario Chiara,  hanno curato il servizio liturgico.

Il regista e autore del programma, Gianni Epifani, ha introdotto la Celebrazione con una scheda filmata di presentazione della Cattedrale di Agrigento, mostrata dall’alto, grazie all’ausilio di un drone, con immagini mozzafiato, incastonata nel Centro storico,    ma anche, del ricco patrimonio storico/artistico/culturale della Città che ha fatto di questo appuntamento (anche questo è servizio pubblico)  non solo un momento di preghiera ma anche una bella occasione di promozione della Città e del suo territorio. Le immagini, infatti,  si sono soffermate oltre che sulla Cattedrale anche sulla città  di Agrigento con riprese  di Casa natale di  Luigi Pirandello in contrada Caos , i Templi Concordia, Giunone ed Ercole della Valle, la chiesa e Palazzo S. Domenico con il teatro Pirandello, la chiesa S. Maria dei Greci e  le stradine della vecchia Girgenti.

Le immagini della S. Messa, poi, grazie alla sapiente regia di Gianni Epifani ed alla professionalità degli operatori (video, luce, fotografia) della squadra Rai di riprese, Napoli esterna 3 hanno portato nelle case degli italiani,  la liturgia della II Domenica di Pasqua, l’omelia  del card. Francesco Montenegro, ma anche particolari del patrimonio artistico – come gli stucchi e i dipinti dell’abside centrale del Blasco, il soffitto ligneo con l’aquila bicipite, quello a cassettoni e  quello della navata centrale, del XV secolo, con decorazione e figure di santi, personaggi biblici, mascheroni e figure allegoriche  – contenuto nella Cattedrale di Agrigento, un vero e proprio scrigno di arte fede e cultura, dentro uno scrigno più ampio che è il centro storico cittadino.

Il card. Montenegro nell’omelia, ha legato   il messaggio della pagina evangelica (l’apparizione del Risorto all’incredulo Tommaso) con quello della Domenica della Divina Misericordia. “Innanzitutto – ha detto l’Arcivescovo,  il brano ci spiega cos’è la risurrezione. Prima della crocifissione i discepoli avevano abbandonato il Signore, lo avevano tradito e rinnegato, lasciandolo in balia degli eventi e della violenza dei soldati. Durante l’ultima cena, si erano ritrovati insieme per l’ultima volta; subito dopo è avvenuta la loro fine rovinosa in un crescendo di infedeltà e di peccati. Adesso, a pochi giorni dalla morte, proprio mentre si trovano nel luogo della cena, con le porte sbarrate e col cuore mortificato, il Maestro appare. “Entrò e disse: pace a voi”. La risurrezione – ha detto –  è la certezza che il Signore ci raggiunge non perché abbiamo meriti di cui vantarci ma perché ci ama e vuole restare con noi per sempre. La risurrezione è la sigla del Suo amore sulla nostra condizione di peccatori. Il Risorto ha sconfitto la morte per stare sempre con noi, dalla nostra parte, e darci la Sua forza e il Suo amore”.

Questo primo aspetto ci apre al secondo: “cosa significa – si è chiesto –  credere nella risurrezione?” “Sottolineo – ha risposto –  due espressioni che ci aiutano a capire la portata di questo mistero: il dono dello Spirito e l’invito a portare a tutti la misericordia. Il Risorto dona ai credenti il suo Spirito; fa sentire, in quella stanza piena di aria viziata e di paura, il suo Respiro. Fa entrare aria nuova, fa sperimentare primavera, fa dono di una forza inattesa sulla quale potranno sempre contare. Credere nella resurrezione – ha proseguito –  significa essere consapevoli che ormai abbiamo il respiro del Risorto, cioè un ritmo nuovo, più veloce, più pronto. Il contrario della risurrezione – ha affermato –  non è la morte ma la rassegnazione, l’ abitudine, l’indifferenza, la tristezza. La risurrezione la si comprende quando ci si convince che, con la forza dello Spirito, è possibile camminare in una vita nuova, purchè si dica di “no” al male e si chiudano i conti con le ingiustizie e ogni forma di egoismo. Il respiro nuovo ci permette di andare controcorrente, di affermare la logica dell’amore di fronte all’odio, dell’ accoglienza di fronte a ogni chiusura, la sfida del coraggio davanti alle tante paure di cui spesso sentiamo il peso. Al dono dello Spirito è legato – ha proseguito il card.Montenegro –  il mandato agli apostoli di rimettere i peccati. Credere nella risurrezione vuol dire affermare la vittoria della misericordia sui fallimenti dell’umanità peccatrice. Non è mettere una toppa su un vestito vecchio ma è novità che supera ciò che era stato prima. Dirà San Paolo: “Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose di prima sono passate, ecco, ne sono nate di nuove”. Ed è proprio per questo – ha detto –  che la domenica dopo Pasqua, è stata dedicata da San Giovanni Paolo II alla divina misericordia. Questo messaggio sconvolgente, richiamato frequentemente da Papa Francesco, merita di essere sempre ripreso perché abbiamo bisogno di scoprire il volto misericordioso di Dio e di affermare la misericordia come misura della nostra identità. Il Risorto, donandoci la misericordia del Padre, ci spinge ad essere più pronti a dilatare il cuore ai fratelli, ad essere “misericordiosi come il Padre”, a scommettere sull’amore più grande.

Allora – ha proseguito –  come siamo chiamati a entrare in relazione col Risorto? Ci viene in aiuto San Tommaso, discepolo inquieto, dubbioso, incerto. Egli esprime insieme la ricerca della fede e la fatica di credere. Adesso che si trova davanti al Risorto vuole vederci chiaro. Chiede di mettere le mani nel posto delle ferite e, con sua grande sorpresa, scopre che quelle ferite sono ancora lì, anzi, sono ancora aperte! La risurrezione non le ha cancellate, nè risanate. Il Signore si mostra con gli stessi tratti del Crocifisso, ferito e glorioso. Gesù non ha fatto alcuna magia ma ha portato al livello di Dio le ferite dei chiodi. Ha fatto di quelle ferite dei luoghi di grazia in cui Dio si manifesta e si manifesterà per sempre. A quel punto Tommaso si arrende perché scopre un Dio che porta le sue stesse ferite e le mostra come segno di vittoria. Lì finisce la visione di un Dio distante e prende spazio l’ esperienza di un Dio talmente amante della nostra umanità da presentarsi con le piaghe ancora aperte.

“Mio Signore e mio Dio”, dice Tommaso. Professione di fede semplice ma essenziale. “Mio Signore” perché Ti sento vicino, “più intimo a me di me stesso”, ti sento parte di me e sento la mia vita parte della Tua. Il Signore risorto non ci vuole perfetti ma autentici; ci propone una relazione in cui più che vederlo o toccarlo sappiamo abbandonarci a Lui attraverso una fede sincera in grado di farci sperimentare la Sua presenza e di sapere che per Lui siamo preziosi.

La Vergine Santissima, donna della speranza e della vita – ha concluso – , ci aiuti in questo cammino e sostenga tutta l’umanità perché non perda mai di vista la luce della Risurrezione e la bellezza della misericordia.

 

Rivedi le immagini della S.Messa su RaiPlay (QUI)

 

 

 

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