Licata, al Teatro Re Grillo il sacro realismo di Caravaggio prende vita

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Tableaux vivant tessere di coccio
Cena di Emmaus

La vigilia della Settimana Santa, la settimana in cui il mistero alla base della nostra fede si manifesta con tutta la sua forza, ha visto al Teatro Re Grillo di Licata una rappresentazione della Passione di Cristo diversa dal solito. L’associazione Tessere di Coccio, con il patrocinio del Comune di Licata e dell’Assemblea Regionale Siciliana, ha portato in scena gli ultimi istanti della vita di Gesù attraverso undici tableaux vivants tratti da opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio e la sua scuola.

Gabriele Onolfo, Liliana Azzarello, Gaetano Bruna, Rosario Bruna, Angela Veronica Napoli, Roberta Pera, Gaetano Mineo e Lina Vizzini hanno magistralmente riprodotto i quadri del Caravaggio e della sua scuola incantando la platea di un gremito teatro. Al prof. Francesco Pira, sociologo e responsabile culturale della Confraternita “San Girolamo” introdurre il pubblico allo spettacolo.

Ma protagonista della serata è la luce, e il magnifico uso che, il Caravaggio, ne ha fatto nelle sue opere.
Un confine quello tra tela e palcoscenico che gli otto attori dell’associazione Tessere di coccio hanno saputo dissolvere con naturalezza e grande maestria. Come spiega nelle “Note di Regia” Franco Lo Nobile, non si tratta di una semplice biografia del Cristo messa in scena, ma di un esperimento di “pittura vivente” che punta a restituire allo spettatore l’emozione pura del chiaroscuro secentesco.
Il fulcro dell’intera opera è infatti, inevitabilmente, la luce. Lo Nobile spiega come la luce caravaggesca non è un semplice elemento decorativo, ma un soggetto che “si accende all’improvviso”, fissando e immobilizzando le forme. È questo il cuore del dramma: un momento sospeso che sottolinea passioni e tragedie, trasformando il movimento in una stasi carica di tensione.
Il regista sottolinea come Caravaggio non dipingesse attraverso il disegno, ma tramite la “foga”, utilizzando modelli presi dalla strada per “sollevare i lumi” sulla realtà. Lo spettacolo ricalca esattamente questo processo, portando in scena la verità nuda e cruda dei corpi.

Undici tele scelte (di cui due di scuola caravaggesca), che ripercorrono la passione e la morte di Cristo. Un viaggio cronologico e spirituale che mira a trasudare quell’atmosfera, tipica del pittore lombardo, in bilico tra il sacro e il corrotto.
La messa in scena è minimale ma potente: una Croce è l’unica presenza scenica costante, mentre si susseguono le tele viventi. La Cattura, L’incoronazione di spine, La flagellazione, La Veronica, La crocifissione, La deposizione, tele viventi di un mistero che ancora oggi mostra tutta la sua crudeltà e potenza salvifica.
La vera sfida lanciata da Lo Nobile risiede nel lavoro richiesto agli interpreti. Per la prima volta, si parla di una regia “interna”: ogni attore non è solo un performer, ma deve farsi tecnico, attrezzista, scenografo e, infine, modello.
Sotto gli occhi del pubblico, i quadri si compongono, si de-costruiscono e si rigenerano, in un ciclo continuo di immobilismo e movimento che svela il lavoro che avveniva nello studio del pittore. La parola e il testo non sono i protagonisti; essi restano a margine come commento, lasciando che sia l’opera pittorica a costituire l’ispirazione e il rimando finale.

Quello descritto da Franco Lo Nobile è uno spettacolo di “estrema semplicità” apparente, che nasconde però una complessità tecnica e una profondità emotiva straordinarie. È un invito a riscoprire Caravaggio non tra le pagine di un catalogo, ma nel respiro affannato degli attori e nel gioco di ombre che, ancora oggi, continua a parlarci della nostra umanità più profonda.

Ad accompagnare i tableaux la voce narrante di Lillo Zarbo e le musiche, una partitura su cui “montare le tele”, di Giuseppe Cacciatore.
Il direttore di scena è Maria Cumbo mentre la scenotecnica è stata affidata a Gianni Tonnarella. La regia è di Franco Lo Nobile con l’assistenza di Sandro Giganti.