La memoria liturgica di Sant’Alfonso Maria de Liguori (1 agosto), vescovo, dottore della Chiesa e fondatore della Congregazione del SS. Redentore, patrono dei moralisti e dei confessori e compatrono della città e dell’arcidiocesi di Agrigento è occasione propizia per offrire alla vostra attezione la recensione ,di p. Vincenzo La Mendola C.Ss.R., del testo S. E. Alfonso Capecelatro, S. Alfonso de Liguori (1896-1787), vol. I, «Vite dei Santi», Edizioni Effedieffe, Proceno VT, 2025, pp. 469.
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La perenne contemporaneità di S. Alfonso è un dato di fatto. Anche le sue biografie “classiche” ritornano. E suscitano l’interesse dei lettori odierni. Lo dimostra una originalissima iniziativa delle Edizioni Effedieffe: la ristampa ex novo in tutto fedele all’originale, della rinomata biografia del cardinale oratoriano Alfonso Capecelatro (1824-1912), inserita nella collana Vite dei Santi. Questa, a pieno titolo, può essere compresa tra i classici della bibliografia alfonsiana. Anche se, come tutto ciò che, sbrigativamente, viene considerato “datato”, correva il rischio di essere eclissata, e di rimanere, forse per la maggior parte, anche sconosciuta.
Pur essendo napoletano di origine e francese di adozione, il celebre scrittore oratoriano conobbe sant’Alfonso a Marsiglia, dove trascorse la sua giovinezza. In quella Diocesi ne aveva impiantato il culto Eugène de Mazenod (1762-1861), fondatore degli Oblati di Maria Immacolata e vescovo dell’omonima Diocesi. Lo stesso nome che fu imposto al Battesimo ha origine dalla devozione della madre verso il santo napoletano, appresa, non nella sua città, ma da un’amica francese, come egli stesso racconta (cf. Avvertenza, XIV-XV).
L’Arcivescovo di Capua (1880) fu uno dei personaggi più in vista nel panorama culturale dell’Ottocento. Ebbe contatti significativi con A. Manzoni, N. Tommaseo, G. Capponi, p. Zocchi, A. Fogazzaro, F. Sclopis, C. Guasti, A. Conti e il Bernardi. Ebbe inoltre corrispondenza con autori non italiani, tra cui mons. Dupanloup, Montalembert, il card. Mercier, Gladstone e Newman, oggetto di una interessante monografia: Newman e la religione cattolica in Inghilterra, ovvero L’oratorio inglese (1886). Bastano questi nomi e la sua bibliografia per darci una cifra orientativa del respiro culturale del Capecelatro.
Egli fu a pieno titolo uno dei più fecondi scrittori della sua epoca. Diede alle stampe la biografia di altri due insigni personaggi partenopei: il frate domenicano Gregorio Rocco, (1881) e p. Ludovico da Casoria (1893) che aveva conosciuto personalmente. Altri tre capolavori del genere agiografico portano la sua firma: Storia di s. Caterina da Siena e del papato dei suoi tempi (Napoli 1856) e Storia di s. Pier Damiani e del suo tempo (Firenze 1862) e – non poteva mancare – una biografia di S. Filippo Neri (1887).
Quella di S. Alfonso, è stata redatta e pubblicata nel momento in cui egli è all’apice della sua esperienza di scrittore. E si presenta come un’opera della maturità. Nel genere biografico, relativo alla vita del Santo Vescovo, segna un importante traguardo. Altri autori nel corso dell’Ottocento avevano dato alle stampe note biografie di s. Alfonso, per celebrarne la beatificazione, la canonizzazione e il riconoscimento di “dottore della Chiesa”. Ma quella del Capecelatro si distanzia dalle precedenti per gli scopi che si propone e per lo stile innovativo adottato.
Pubblicata nel 1893, anno della nomina del suo Autore a prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, l’opera fu attenzionata da La Civiltà cattolica che nella sezione La rivista della stampa gli dedicava ben nove pagine di recensione (XXXXV, serie XV, vol. X, fasc. 1051, 26 marzo 1894, 575-583), mettendo in risalto la novità del genere scelto dal Capecelatro, il quale, notava il recensore, «ha saputo mostrarci in lui una civile grandezza, senza scapito, anzi a maggior lustro della grandezza cristiana e santa e a soave coltura del sentimento religioso».
La sostanziosa recensione metteva inoltre in risalto la capacità dell’Autore di contestualizzare in modo appropriato la vicenda di S. Alfonso negli avvenimenti che interessarono la vita della Chiesa nel Settecento, con tutte le sfide che le provenivano dal Giansensimo, dal Regalismo e dall’Indifferentismo, propugnate da correnti culturali avverse al Cristianesimo. Era questo lo scopo che aveva motivato la scelta di impostazione del biografo: «mirare la vita dei santi, non solo nella luce lor propria, ma anche in quella luce che essi riflettono nella Chiesa e nella società civile» (p. 12).

Inoltre, l’accorto revisore metteva in luce una delle questioni nodali sollevate dal Capecelatro nella sua Introduzione: «Dopo aver detto di non comprendere perché mai il nome del De Liguori non sia stato messo insieme coi nomi dei grandi italiani del secolo XVIII, mentre anch’egli beneficò il suo secolo con l’eroica sua santità, col chiarire e perfezionare gli studi delle scienze morali, col dare alla luce quasi cento opere d’argomenti gravissimi ed anche civilmente proficue, con l’ammirabile suo apostolato e con l’Ordine religioso da lui istituito». L’osservazione suonava come una denuncia autorevole di quella sistematica esclusione degli intellettuali cattolici dalla vita culturale che caratterizzava l’Italia post-unitaria, guidata da liberali anticlericali.
Nella sua Introduzione, a questo proposito,Capecelatro ancora argutamente sottolineava: «Non intenderei affatto perché Alfonso De Liguori non debba, per esempio, stare al lato del Vico, del Muratori e del Filangieri, i quali per diversi modi, furono insigni benefattoridell’umanità».
Il testo, in linea con lo stile dell’epoca, non è esente da toni apologetici, come ancora faceva notare la recensione, richiamandone la parte introduttiva: «Contro la filosofia miscredente il De Liguori fu apostolo di quella pietà santa che in parte è essa stessa nobilissima filosofia, e in parte la produce. Agli errori, alle durezze e alla superbia della morale giansenistica oppose i suoi profondi studi sulla morale cattolica […] La scienza politica di Alfonso fu di rendersi l’amico verodel popolo, nel tempo stesso che i più sapienti politici di quella età al popolo non badavano punto e si facevano promotori di dispotismo». Sant’Alfonso viene presentato come uno dei rimedi più efficaci ai mali della Chiesa e della società del suo tempo, una sorta di antidoto agli errori teologici e filosofici della lunga stagione illuminista europea e anche del XIX secolo. IL Capecelatro faceva sua la visione di Pio IX, il quale, nel Decreto del 23 Marzo 1871, con cui lo dichiarò Dottore della Chiesa affermava che s. Alfonso «dileguò le tenebre degli errori e le vinse con le sue dotte opere, e principalmente con i suoi Trattati di teologia morale».
L’Autore inoltre faceva rilevare, con evidente amarezza, che pur essendo nato in Italia e nella città di Napoli, Sant’Alfonso è «poco conosciuto (m’accora il dirlo) tra gli uomini colti del nostro secolo».
Volutamente, egli si focalizzava su una delle prerogative «meno conosciute» della vita e dell’opera del Santo, che forse «meglio di tutte le altre determini la qualità e la natura di tutta la vita di lui»: il suo amore per il popolo. E questa sottolineatura si inseriva in modo opportuno nella «tempesta della questione sociale», dibattuta in quell’ultimo brano dell’Ottocento italiano.
Sant’Alfonso, – nella concezione del Capecelatro – si pone in provvidenziale continuità con altri tre grandi personaggi dell’epoca moderna: san Filippo Neri, dal quale egli apprese la gentilezza della pietà e la semplicità della vita; san Francesco di Sales da cui imparò la scienza,la mitezza, lo zelo; e san Vincenzo de Paoli, che fu suo modello nell’amore del popolo e dei poveri: «imitando questi tre santi, sant’Alfonso, non che perfezioni soltanto sé medesimo, [ma] continua anche nel secolo XVIII l’opera tanto benefica di carità e di civiltà che essi compirono nei due secoli precedenti» (p. 11).
L’opera, all’epoca in cui fu pubblicata, presentava un’ulteriore novità, come lo stesso biografo dichiarava: «I buoni suoi figliuoli della Congregazione del Santissimo Redentore hanno raccolto in tre grossi volumi quante più lettere hanno potuto del nostro Santo; ed io, ora che incomincio a scrivere, ho qui il primo di cotesti volumi davanti a me, e avrò certo gli altri» (p. 15). Le lettere del Santo (pubblicate dal 1887 al 1890) e la biografia del Tannoia sono le fonti di riferimento a cui l’Autore attinge, per delineare in modo nuovo la sua figura e mettere in luce «la sua parte umana. […] Chi scrive vede così l’uomo tutto intero, e conosce le misteriose e ineffabili armonie del naturale e del soprannaturale nel Santo. Chi legge, legge con frutto perché vede che i santi furono uomini come noi siamo; lottarono come noi lottiamo; ebbero certi particolari inchinamenti come noi li abbiamo» (p. 16).

Nel primo volume dell’opera si delinea la prima parte della biografia di Alfonso, articolata in due libri. Il primo, costituito da sette capitoli, nei quali si descrive la giovinezza, la formazione e la vocazione del Santo. Il secondo, formato da 11 capitoli, nei quali si narrano le vicende che vanno dalla fondazione della Congregazione alla sua nomina episcopale.
Ciò che richiama l’attenzione però non sono tanto gli eventi della vita, descritti con uno stile vivace e con una certa penetrazione psicologica del personaggio, per i quali l’autore si rifà completamente al Tannoia, ma lo studio di alcuni argomenti nodali per comprendere la fisionomia di sant’Alfonso, materia per lo più affrontata nel libro II.
Del Santo vescovo vengono presi in esame: la produzione di opere teologiche, ascetiche e morali e soprattutto l’opera missionaria nel meridione d’Italia (Cap. V). Al tema della predicazione ad esempio è dedicato interamente il XII capitolo, mettendo in evidenza lo stile e i contenuti preferiti da sant’Alfonso nelle sue multiformi attività pastorali in favore dei poveri abbandonati.
Nel delineare in dettaglio la biografia e la spiritualità di S. Alfonso, il Capecelatro si inoltra nelle intrigate vicende che riguardano la fondazione, lo sviluppo e l’approvazione del suo Istituto (Capp. I-II-III-IV-VI- VII -VIII). È interessante anche la lettura che egli fa della soppressione della Compagnia di Gesù (cap. X), mettendosi nella prospettiva del suo biografato. Un’ampia trattazione è riservata al titolo di Dottore della Chiesa e al contributo del Santo al rinnovamento della Teologia Morale (Cap. XI).
In sintesi possiamo annoverare la biografia in oggetto, non solo nel genere strettamente biografico ma anche in quello storico, se si tiene conto delle frequenti e opportune digressioni inserite nella narrazione.
Più che una biografia, nel senso classico del termine, così com’era concepita nel secondo Ottocento italiano, quella di S. Alfonso è uno studio approfondito e sistematico del pensiero, della spiritualità e del contributo del Fondatore dei Redentoristi alla formazione della civiltà, della cultura e dell’identità italiana, e risente delle tendenze politiche del suo estensore, dichiaratamente vicino al nuovo Regno d’Italia e moderato sostenitore di una conciliazione tra Stato e Chiesa, nella dolorosa Questione romana.
Non resta che prendere in mano l’elegante volume e inoltrarsi in una lettura arricchente, capace di restituire al lettore aspetti nuovi, e per certi versi inediti, della pluriforme personalità del Santo napoletano, filtrato dalla penna e dal cuore di un suo spassionato ammiratore e attento studioso che ne ribadiva la perenne attualità in un momento in cui le trasformazioni sociali e i cambiamenti di mentalità rischiavano di mettere da parte il contributo dei pensatori cristiani alla formazione della civiltà moderna.
(fonte: www.cssrnews)



















