Scritti in onore di Domenico Rosati, Montenegro: ha insegnato a essere persone senza presunzioni di primati

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di Card.Francesco Francesco Montenegro

 

“Cristiani di frontiera. Scritti in onore di Domenico Rosati” è il titolo del volume uscito in occasione dei 90 anni di una “tra le più significative figure del cattolicesimo politico e sociale italiano nella stagione aperta dal Concilio Vaticano II”, come lo definisce nella prefazione Claudio Sardo, curatore dell’opera, edita da Diabasis. Presidente delle Acli dal 1976 al 1987, senatore indipendente nella Dc dal 1987 al 1992, giornalista e scrittore, concluso il mandato parlamentare si è impegnato in modo particolare nella Caritas italiana. Proprio a questa esperienza si riferisce il contributo che pubblichiamo – uno dei 31 raccolti nel volume – a firma del cardinale Francesco Montenegro, che della Caritas italiana è stato a lungo presidente.

Quando una persona sa rimettersi completamente in gioco, lasciando da parte i ruoli che ha ricoperto, senza quindi  pretese e presunzioni, lascia un segno profondo in coloro che lo incontrano. Tanto più se tutto questo è condito da una permanente ironia, piena di saggezza e mai di sarcasmo.
Così è stato Domenico Rosati in Caritas italiana. Dopo le sue esperienze in Acli e nel Parlamento, Domenico ha ricominciato per certi versi da capo, offrendo però la sua esperienza, la sua credibilità, il suo stile competente e, se necessario, scanzonato.
Caritas italiana in quegli anni cercava di rafforzare le sue competenze interne in ambito di politiche sociali e di contrasto alla povertà. Sentiva l’esigenza di strutturare maggiormente – accanto alla capacità di ascolto delle povertà espressa dai centri delle Caritas diocesane – competenze e strumenti interni alla sua struttura in grado di accompagnare gli operatori locali in termini di discernimento e advocacy.
L’ipotesi di allora – come ebbe modo di sottolineare lo stesso Rosati in occasione di un suo intervento sul pensiero di Mons. Giovanni Nervo che fece nascere e accompagnò Caritas Italiana con impegno, passione civile, amore per la città degli uomini ma soprattutto una grande fede –  era quella di una dinamica in cui l’intero processo politico non si risolvesse con la delega elettorale ma si articolasse in un raccordo continuo tra eletti ed elettori, questi ultimi variamente organizzati, per una verifica sulla coerenza delle scelte di ogni giorno. Un modo per far sentire ai rappresentanti il sostegno critico dei rappresentati, ma anche per far crescere la coscienza politica dei rappresentati attraverso la conoscenza e la presa in carico dei problemi effettivi di ogni amministrazione. Coscienza politica, cioè non settoriale, non egoistica, non corporativa, non lobbistica. Dove trova pieno riconoscimento anche la protesta, ma questa è fondata e motivata sulla cognizione dei dati reali e non generica e confusa, terreno di facile pascolo per ogni avventura demagogica.
Fino ad allora – e anche negli anni successivi – la Fondazione Zancan aveva rappresentato il supporto formativo alla azione di Caritas italiana in questo ambito; ma era tempo di fare maturare anche competenze interne che sapessero accompagnare e fare evolvere questo pensiero sulle politiche nel contempo competente e coerente con una idea evangelica di persona e comunità.
Domenico ha rappresentato, in questo senso, un maieuta, un formatore, un sollecitatore di queste attenzioni. Sempre con assoluto garbo e senso della  misura, senza soverchiare nonostante la straordinaria competenza, senza la pretesa di pronunciare parole definitive, ma con rigore e determinazione.
Erano quelli gli anni della costruzione della prima riforma del settore sociale, in particolare attraverso la legge 328/2000, ed era necessario sollecitare un cambiamento e, nel contempo, formare alle novità che quella legge avrebbe dovuto portare.
Come sappiamo fu una riforma a metà: i suoi obiettivi ambiziosi furono in buona parte vanificati dalla sua tardiva approvazione, negli ultimi mesi della legislatura.
La necessità di una numerosa serie di decreti attuativi la espose pesantemente ad una scarsa o nulla attuazione in molte regioni italiane. Ma un passo avanti culturale era stato portato avanti, anche con il contributo di Caritas italiana.
Innumerevoli in quegli anni i suoi articoli, relazioni, note prodotte, accanto a incontri di formazione e di coordinamento: Domenico è stato l’animatore di una comunità professionale di operatori che sono cresciuti culturalmente sotto la sua direzione. Una scuola in cui il realismo cristiano, privo di ideologismi e di retorica, si fondeva con la volontà del cambiamento, in spirito e lettera, della nostra Costituzione repubblicana.
Domenico ha formato una generazione di operatori nella prospettiva della promessa costituzionale, non solo declamata, ma compiuta caparbiamente nella vigilanza sui processi normativi e sui dibattiti politico-istituzionali, nella competenza e nella capacità di cogliere ogni spazio di cambiamento possibile.
Ma la promessa costituzionale – a cui Domenico ha formato –  è profondamente intrisa di quel personalismo cristiano che uomini come Dossetti, Lazzati, La Pira e Moro hanno saputo fare inscrivere non solo nelle pagine delle Costituzione repubblicana, ma anche nella loro concreta esperienza umana e cristiana. Uomini fedeli alla Parola, fedeli nella prova a cui la storia li ha chiamati.
Una formazione esigente, ma capace di trasmettere quella empatia profonda che è la cifra personale di Domenico, anch’essa profondamente pedagogica: perché ha insegnato a essere persone senza presunzioni di ruolo o di primati etici, ma capaci di relazioni franche, umane, collaborative, dentro e fuori i recinti ideali o organizzativi in cui ognuno di noi si viene a trovare.
Una pedagogia civile fatta di stile personale, cultura politica, ispirazione cristiana, capacità comunicativa, che a volte sentiamo difettare in questo tempo, soprattutto per quanto riguarda i dosaggi sapienti di queste virtù.

card.Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento

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