Santa Elisabetta ricorda Aldo Moro e Peppino Impastato

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  Unaserata intensa e profondamente significativa ha animato l’Oratorio S. G. Battista de La Salle, in occasione del doppio anniversario che lega indissolubilmente la memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato. L’evento “Memoria viva tra sangue e destino”, tenutosi il 9 maggio 2025, ha offerto una toccante riflessione su quegli anni bui che hanno segnato la storia italiana, attraverso testimonianze dirette, analisi critiche e momenti di profonda umanità.

Al centro della commemorazione, ha risuonato con particolare forza la voce di Giuseppe D’Oriente, Arciprete di Santa Elisabetta. D’Oriente ha offerto una testimonianza diretta e commossa degli anni di piombo vissuti in prima persona nel territorio agrigentino, intessendo nel suo racconto scambi significativi avuti con i familiari delle vittime. Le sue parole hanno riportato alla luce il dolore e la sofferenza di un’intera comunità, evidenziando come le ferite di quegli anni siano ancora vive nel tessuto sociale. Ha riportato inoltre diverse esperienze che hanno segnato la sua vita in terra santa, dove l’odio politico e quello religioso si confondono e sono ancora oggi fonte di terrorismo e criminalità organizzata.

Gigi Milioto, seguendo le orme del pensiero lucido e critico di Leonardo Sciascia, ha sapientemente analizzato le numerose contraddizioni che ancora oggi avvolgono il caso Moro. La sua riflessione ha stimolato il pubblico a non dare per scontate le verità ufficiali, invitando a una costante rilettura degli eventi per scorgere le zone d’ombra e le dinamiche nascoste che hanno caratterizzato quel tragico periodo. Una riflessione che certamente ha dato da pensare a tutti. L’inadempienza dello stato, la mancanza di coraggio di una certa parte delle forze dell’ordine, la leggerezza politica di un partito che non ha fatto abbastanza per salvare il suo presidente, la delusione della famiglia Moro che non ha voluto lasciare il corpo per i funerali di stato.

Francesco Rizzo attraverso un suggestivo quanto immaginario dialogo tra Peppino Impastato e Monsignor De Gregorio, ispirato da un articolo di quest’ultimo “Quivi è perfetta Mafia”, ha offerto una prospettiva inedita sul rapporto tra mafia e potere ecclesiastico. Come di fatto Peppino e De Gregorio partendo da principi diversi arrivassero alla stessa esigenza semantica, alla stessa richiesta di senso: misericordia, giustizia e carità. Ma il suo intervento si è spinto oltre, focalizzandosi sul tema delicato e potente del perdono. Ha tratteggiato con cura le figure emblematiche di Felicia Impastato, mamma di Peppino, e Agnese Moro, la figlia di Aldo Moro, presentandole come l’unica vera grande eredità del calvario di quegli anni. Il loro percorso di accettazione e, in un certo senso, di perdono nei confronti dei carnefici – non come oblio, ma come scelta consapevole di interrompere la spirale infinita della violenza – ha rappresentato il cuore pulsante della serata. Un monito chiaro: “il fuoco non si spegne con il fuoco”.

La profondità del dibattito è stata arricchita dalle letture di Sara Varisano, che ha sapientemente dato voce leggendo le riflessioni di Sciascia e De Gregorio, offrendo ulteriori spunti di analisi e connessioni tra i due tragici eventi.

A suggellare la serata con un momento di intensa emozione, la giovane e talentuosa Stella Sicorello  ha incantato il pubblico con la sua interpretazione del celebre brano “Imagine” di John Lennon. Le note della sua voce hanno creato un’atmosfera di speranza e di riflessione sul futuro, in contrasto con l’oscurità del passato evocato.

Un contributo particolarmente toccante è giunto da Raimondo Taibi, storico dirigente del Partito Comunista. Taibi ha condiviso con il pubblico la sua esperienza di giovane militante in quegli anni difficili, offrendo uno spaccato vivido e personale del clima politico e sociale dell’epoca. Ha raccontato tra le altre cose come la partecipazione ai funerali senza corpo di Peppino Impastato abbia rappresentato un momento cruciale di presa di coscienza e di mobilitazione per molti giovani, segnando una svolta nella lotta contro la mafia e l’indifferenza nei confronti dell’odio politico. Ha rintracciato proprio in quel terribile anno la nascita di un certo “insofferente astensionismo” che arriva fino ai nostri giorni.

L’evento si è rivelato un appuntamento di profonda importanza, un’occasione per non dimenticare e per riflettere sulle ferite ancora aperte nella storia italiana. La sua coincidenza con l’anniversario della storica visita apostolica di Giovanni Paolo II ad Agrigento, durante la quale il Pontefice lanciò un accorato appello ai mafiosi affinché si convertissero, ha aggiunto un ulteriore livello di significato alla serata, sottolineando l’urgenza di un cambiamento culturale e morale per liberare la Sicilia e l’intero Paese dalla morsa della criminalità organizzata. Un evento che ha lasciato un segno profondo nei cuori dei partecipanti, rinnovando l’impegno per la verità, la giustizia e la costruzione di un futuro di pace.

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