Servizio idrico, otto “ribelli” gestiranno l’acqua in proprio

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Nel “torpore” degli enti locali di questi giorni in cui l’unico tema discusso sembra ormai destinato essere (come comprensibile) il Covid-19, arriva una notizia inattesa, almeno come tempestività.

L’Assemblea territoriale idrica, attraverso i propri uffici ha riconosciuto il diritto di otto dei sedici comuni “non consegnatari” a gestire in modo diretto le proprie risorse idriche. Sebbene di atti pubblici al momento della redazione di questo articolo non si veda l’ombra (ma ci saranno, sull’albo pretorio dell’ente nei prossimi giorni, certamente) ad oggi in questo elenco dovrebbero rientrare Alessandria della Rocca, Bivona, Burgio, Cammarata, Cianciana, Menfi e Santa Margherita di Belice. Un elenco che stupisce molto poco, in realtà, dato che questi centri sono tra quelli che erano già da mesi inseriti dall’Ati come potenzialmente autorizzabili a godere dei privilegi offerti dall’articolo 147 della legge “Galli”. Un’autorizzazione che tuttavia gli uffici all’epoca concessero “sub judice”, sostenendo la necessità per tutti i comuni in questione di adottare entro alcuni mesi delle misure che li mettessero in linea con quanto previsto dalla norma ad esempio rispetto alla depurazione, la presenza di contatori idrici, eccetera. Un passaggio, questo, che spinse diversi sindaci, al termine di una seduta infuocata, a chiedere fossero proprio gli uffici a farsi carico della responsabilità in tal senso.

Cosa che, adesso, potrebbe essere avvenuta dando il via ad una nuova “fase” della gestione del servizio idrico in provincia. Non parliamo di tempi, soprattutto in questo periodo storico. I Comuni del resto già gestiscono in proprio il servizio da tempo, quindi da un punto di vista organizzativo sono autonomi de facto. Certo bisognerà capire come questi rientreranno nel piano d’ambito (ancora ben lungi dall’essere realizzato dall’Ati) e, soprattutto, se manterranno (e siamo certi di sì), gli impegni presi in termini di “solidarietà” nella gestione delle risorse, versando all’Ati la quota di acqua provenienti dalle proprie sorgenti (per chi le ha, ovviamente) non utilizzata.

E se c’è chi festeggia, come il sindaco di Santo Stefano Quisquina, Francesco Cacciatore, parlando di “fatto storico per la comunità locale che scrive definitivamente la parola fine ad oltre 14 anni di lotte, rivendicazioni e dispute giudiziarie”, c’è chi potrebbe non averla presa benissimo. Tra questi, i Comuni esclusi (come Palma di Montechiaro che già all’epoca annunciava l’idea di un ricorso al Tar) ma anche gli altri comuni, come Licata, che non hanno mai visto di buon occhio l’intera operazione.

Gioacchino Schicchi

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