Nel ventesimo anniversario della morte di mons. Domenico De Gregorio, la Biblioteca Lucchesiana si appresta a ospitare, il 26 maggio, un convegno in sua memoria (vedi qui). Come tributo del nostro settimanale ala ricorrenza, abbiamo scelto di ripubblicare uno scritto di don Stefano Pirrera, amico fraterno di Monsignore, poeta e firma storica de “L’Amico del Popolo”. Per don Stefano, scrivere era una necessità dello spirito, un prolungamento della sua stessa personalità; una lotta interiore che, negli ultimi tempi, gli costò fatica e sacrificio, affrontati pur di non tradire l’appuntamento con i suoi lettori. La sua era una scrittura di scavo, un ascolto della coscienza in cui fede e ragione dialogavano senza sosta.
Questo scritto, che interloquisce con il tema del convegno, è stato pubblicatonello speciale che dedicammo al Direttore a trenta giorni dalla scomparsa (n. 23 del 25/06/2006), con il titolo “Il suo misterioso «talismano»: la poesia”
Stefano Pirrera, che di De Gregorio fu anche fine esegeta, restituisce in questo testo l’eco dei loro appassionati dibattiti in redazione, quando la poesia diventava il terreno d’incontro di una vita intera. Fin dagli anni del Seminario, entrambi si esercitarono nell’arte poetica e diventava un momento di rara umanità sentirli declamare i versi scritti in siciliano, per poi dare inizio a simpatici battibecchi sull’inflessione da dare alle parole: cammaratese quella di De Gregorio, favarese-agrigentina quella di Pirrera.
Eppure, al di là delle sfumature dialettali, la poesia rappresentava per entrambi la via privilegiata per scrutare l’animo umano. Attraverso i versi, la loro parola riusciva a legare con amore in un unico volume ciò che nella vita sembrava disperso, richiamando l’immagine dantesca di un universo ricomposto dallo sguardo divino. Per loro la poesia era lo strumento per fare ordine nel guazzabuglio del cuore umano e rintracciare il volto di Dio nel vissuto quotidiano, trasformando il canto in un dialogo incessante tra la fragilità dell’uomo e l’Eterno.
“Il suo misterioso «talismano»: la poesia”
Carissimo Don Micu, permetti che ti chiami ancora coll’affettuoso diminuitivo
“Micu”, come sempre risuonò alle tue orecchie, portato dall’inestinguibile
eco della voce di tuo padre, tua madre, l’amatissima sorella Francesca,
come ti chiamavano i compagni di infanzia, gli amici del Seminario, come firmavi, in tante puntate del nostro Giornale, gli splendidi articoli in cui illustravi i Titoli della Madonna – raccolti e divenuti poi il più bel libro che sia stato mai scritto sulla Madre Maria («A BeddaMatri») nella nostra Diocesi e oltre.
O Micu… O Micu…
mi chiamanu,
lu sentu ca già scura,
ca m’aiu arricogliri.
E mi votu ancora a taliari
‘nzoccu lassu darreri,
strascinannu sempri
ddu cavadduzzu di canna xhiaccata.
(1966)
Il risuonare struggente di quelle voci – specie dopo la dipartita dei tuoi cari –, l’incombente, persistente solitudine, maturò
in te la coscienza che la vita è scelta, spesso dolorosa, dovere di accettare compiti sempre più impegnativi, precarietà e
caducità illusorie delle gioie terrene, volontà decisa ad operare il bene, per non farsi sorprendere, a mani vuote, da Sorella Morte, che è sempre lì… lì… per arrivare:
Ogni sira ca mi scura,
ogni ghiornu chi s’astuta,
va finennu l’avvintura
ca la vita è na curruta.
Cusà quannu avi a veniri chidd’ura!
Ma restati, Signuri, ca già scura. (1953)
Certi voti mi pari ca quarcunu
‘lli spaddi, adasciu adasciu, mi tuppia:
mi votu, mi firriu, attuornu a mia
mi pari di nu vidiri a nissunu.
Nu’ si vidi, ma è darrè, dda signura:
un veni ‘mprescia ‘mprescia all’urtim’ura. (1989)
Ecco, perché tu lo sapevi, quando e come sarebbe arrivata. L’avevi pregato da sempre.
Sin da ragazzo, la sentivi accanto, sorella, amica, rivelata da quel misterioso talismano che è forza-luce, ed è preghiera, e si chiama pure: Poesia. L’avevi scritto già trent’anni prima, come e quando sarebbe dovuta arrivare:
Non venire stasera
che la luce si spegne nell’anima tremante,
non venire al crepuscolo,
in questo brividìo lungo e smarrito,
che lento nelle tenebre mi assorbe.
Languido si attarda sui lontani
monti un barlume tenue del giorno
passato: felicità, speranza, illusioni
notturne mi aggrovigliano…
Non venire nella notte senza stelle
che pesa sonnolenta sul mio cuore…
Vieni alla fine della notte, dopo
il canto del gallo… che mi svegli.
Et subito gallus cantavit!
Desto mi trovi, pronto, luminoso
di lacrime, leggero: come Pietro
possa gridarti: Domine, tu nosti
…vieni sul mattino
quando si rasserena la tempesta
diradano le nebbie e quietamente
l’aurora invade l’anima di luce. (23 – 9 – 1964)
In questi giorni è stato unanime cordoglio: dotti e meno dotti, “allittrati” ed umili, semplici fedeli, che ascoltavano le tue omelie, benedicendo il Signore per i tanti doni a te elargiti, gli innumerevoli tuoi alunni del Seminario e delle scuole pubbliche, che ti ricorderanno, sempre, quale modello di uomo e di insegnante, per chi vuol profittare dello studio e dare un senso positivo alla propria esistenza, da tutti si è levato un coro di ammirazione per il tuo vasto sapere, la tua copiosa produzione letteraria, storica, agiografica, la tua competenza unita al fascino tutto particolare nel proporla agli alunni. Si può, certamente con stupore, ma anche con serena consapevolezza del vero, che – a memoria d’uomo – nessuno ha onorato in Provincia e oltre, gli studi storico-letterari, nonché l’insegnamento al pari di te.
Eppure, solo qualcuno dei tuoi vecchi compagni di Ginnasio-Liceo, sa che a sorreggere, alimentare e darti forza e costanza a proseguire per oltre cinquant’anni in questo immane lavoro, è stato lo slancio vitale prodotto da quel fuoco sacro che, solo, riesce a fermare il tempo – “vince di mille secoli il silenzio” (Foscolo) –, tacitare la paura della morte, mantenere il cuore fanciullo: la Poesia – la coltivavi sin da ragazzo di nascosto, per non venire punito dal Rettore. I compagni, ammirati, copiavano i mirabili versi. In tanti anni di fatiche estreme nel ricercare e raccattare in polverosi volumi, rattrappiti da secoli di vecchiume, rubavi le ore al sonno e privavi gli amici della tua compagnia durante il pranzo. Onde guadagnare tempo, consumavi in solitudine il frugale cibo.
Eppure, mai ti balenò l’idea di farti un nome con i tuoi scritti: li consideravi il compimento di un dovere e – ancor più – un modo di dimenticare.
E mi ‘mbriacu di filosofia
di letteratura, di teologia
di storia, di tedescheria;
ad un poviru ‘ntamatu rassumigliu
ca leggi e scrivi ppi nun ci pinsari.
Ogni vota però chi m’arrisbigliu
chiangiu sacciu sulu e sanguinari. (1989).
I tuoi veri affetti, il tuo pensiero profondo erano altrove. Li sublimavi in una offerta sacrificale con Cristo Crocifisso, nel dolente ricordo dei tuoi cari morti che sentivi sempre accanto:
L’aiu ancora nni lu cori
li vuci di quann’era nicareddu
…Li vuci di me patri e di me matri
ca la sira
mi chiamavanu: O Micu! O Micu!
E chidda di Francisca ca cu mia
jucava,
ridia, chiangia… Ora
tutti si zitteru.
Sunnu muorti:
resta sulu la campana
ca mi sona l’ura di notti.
(Agosto 1988)
Ammirando la bellezza struggente delle creature anche le più piccole, e particolarmente l’incomparabile splendore della nostra Valle:
O Tre Colonne, ruderi di un tempio
sacro alla bellezza,
come belle
giallo oro, vi levate nell’azzurro
di questo mite cielo agrigentino.
Di mandorli fioriti e di viole
la terra odora e vagano le vele
bianche nel mare ceruleo, lontane.
E come non incantarsi a guardare la:
Marina di San Leone e di Porto Empedocle!
Ti videro
Gèllia, Pantèa, Terone,
/ Gregorio, Potamio, Gerlando…
Ti ammirano dall’alto,
ora, questi miei occhi.
Ma per poco tempo ancora…
Fanciulli, già si aprivano,
nello stupore, sull’azzurro immenso
con le lampare in fila nella notte;
Giovani, sognavano sul mare viola
di Ulisse e di Enea;
maturi, poco ti contemplarono
stanchi di carte
antiche;
vecchi, ora
si fermano per qualche istante, ancora, sul tuo splendore tremulo
abbagliante
prima di chiudersi
per sempre.
Ora mi si chiede: “che ne è di queste poesie? Che debbo rispondere, misterioso don Micu?
Avrai raccolto gli sparsi fogli e i quadernetti giovanili, e quelli della maturità?
Ricordo che mi avevi confidato, dietro mia tanta insistenza, di non avere dimenticato la Poesia, e di avere “arrunghiatu un munzidduzzu di ‘muddicheddi’, e di ‘micolinette’. In tutto, un trecento e più componimenti. Troveremo, il tutto, in qualche angolo della Biblioteca Lucchesiana? Lo speriamo, perché sono convinto che sarebbe il tuo vero capolavoro letterario, oltre il libro sui titoli della Madonna “A Beddamatri”. Riposa in pace, e che la contemplazione del Volto di Dio ti dia la pienezza della gioia. (Stefano Pirrera)
















