Visita pastorale dell’Arcivescovo Alessandro: la celebrazione di apertura

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Celebrazione apertura Visita Pastorale alla Chiesa Agrigentina (cattedrale 25/11/2023 , ph. Carmelo Petrone)

Sabato 25 novembre 2023, memoria liturgica di san Gregorio agrigentino, nella Cattedrale di Agrigento si è tenuta la celebrazione di apertura della Visita pastorale dell’arcivescovo mons. Alessandro Damiano. All’invito ha risposto l’intera Chiesa agrigentina in tutte le sue articolazioni pastorali. La Santa Messa, è stata preceduta dall’intronizzazione dell’icona che raffigura la scena evangelica delle nozze di Cana, realizzata da Giusy Infantino, che accompagnerà l’arcivescovo nella visita pastorale e dall’intervento del vicario generale che ne ha offerto una lettura teologico-pastorale. 

L’intervento di don Giuseppe Cumbo (ph. Carmelo Petrone)

L’intervento di don Giuseppe Cumbo

“Oggi – ha detto don Giuseppe Cumbo – è festa per la nostra Chiesa diocesana… il Signore ci ha qui convocati, attorno al nostro pastore, perché insieme la custodiamo e con fermezza proclamiamo che Gesù è il Signore! Ringrazio il Signore – ha detto al Popolo fedele presente in Basilica – perché questa sera mi permette di scorgere nei tratti del vostro volto il volto della nostra Chiesa diocesana: vescovo, presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, seminaristi, membri di istituti secolari, ministri istituiti e operatori pastorali, membri di gruppi, movimenti e nuove comunità, giovani e famiglie”. E soffermandosi sull’icona il cui brano di riferimento è tratto dal Vangelo di Giovanni (Gv 2,1-12) ha detto: “Il testo parla di nozze, di vino che manca, di servi, di sei giare di pietra, di acqua e di vino buono. Non si nomina la sposa; lo sposo appare indirettamente solo alla fine, come interlocutore del maestro di tavola. Se le nozze rappresentano l’alleanza tra Dio e popolo, il vino che viene a mancare significa l’amore dell’uomo che viene meno; le giare di pietra per la purificazione, che sono vuote, alludono alla legge non compiuta. 

  • Gesù è lo Sposo: con lui è giunta l’ora in cui si celebrano le nozze tra Dio e il suo popolo.

La Chiesa è rappresentata dai discepoli ai quali è manifestata la gloria di Gesù: comprendono il segno del vino e credono in lui. Negli sguardi e nei gesti dei personaggi che abitano l’icona sono sintetizzati i 12 versetti che nel secondo capitolo del quarto vangelo descrivono la scena”. 

Ha quindi passato in rassegna i particolari della scena intravedendo in essi l’esperienza della visita pastorale che come Chiesa ci apprestiamo a vivere. 

  • L’incontro tra Gesù e la piccola comunità rappresentata da Maria, dal servitore e dagli sposi richiama l’icona della visitazione.  “Leggiamo – ha detto don Giuseppe – nel Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi “Apostolorum successores” al n. 220: «Per le comunità e le istituzioni che la ricevono, la visita è un evento di grazia che riflette in qualche misura quella specialissima visita con la quale il “supremo pastore” (1 Pt 5, 4) e guardiano delle nostre anime (cf. 1 Pt 2, 25), Gesù Cristo, ha visitato e redento il suo popolo (cf. Lc 1, 68)».
  • Sguardo innamorato, mano benedicente, Parola di speranza. “Gesù ha lo sguardo rivolto alla Madre. Dalla contemplazione dell’icona – ha proseguito don Cumbo – sembra quasi possibile sentire la sua voce che pronuncia l’espressione del v. 4 «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». La mano destra benedicente rivolta verso le giare esprime il comando del Signore rivolto ai servi: «Riempite d’acqua le anfore» (v. 7). 
  • Nella mano sinistra Gesù tiene la Parola. Allo sguardo e ai gesti di Gesù – ha proseguito – dobbiamo ispirarci tutti noi ma in particolare il vescovo. Il suo sguardo, come quello dello Sposo, deve essere rivolto verso la sposa. Visitando le comunità il vescovo avrà la possibilità di guardare, conoscere ancora di più la sua sposa, la Chiesa Agrigentina; sarà chiamato a benedire il popolo che il Signore gli ha affidato e, nella fedeltà al suo ministero, annuncerà la Parola. «È questo il momento in cui egli esercita più da vicino per il suo popolo il ministero della parola, della santificazione e della guida pastorale, entrando a più diretto contatto con le ansie e le preoccupazioni, le gioie e le attese della gente e potendo rivolgere a tutti un invito alla speranza. Qui, soprattutto, il Vescovo ha il diretto contatto con le persone più povere, con gli anziani e con gli ammalati. Realizzata così, la Visita pastorale si mostra qual è, un segno della presenza del Signore che visita il suo popolo nella pace» (Pastores gregis 46 – Esortazione Apostolica post-sinodale del Santo Padre Giovanni Paolo II sul vescovo servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo – 16 ottobre 2003).
  • Nell’icona Gesù ha dinanzi a sé il volto bello della Madre, immagine compiuta della Chiesa. Il nostro vescovo incontrerà la nostra Chiesa locale, bella come Maria, con la corona di Santi che ieri come oggi la rendono degna di fiducia e di attenzione, ma con delle fragilità da colmare e con una ministerialità da ridestare. Ma sono proprio le fragilità – ha notato don Giuseppe – che hanno bisogno di sentirsi benedette dal vescovo. «Ciò che è amato cresce», l’attenzione e la benedizione del vescovo contribuiranno a offrire gli stimoli necessari per continuare il cammino. La visita pastorale «è occasione per ravvivare le energie degli operai evangelici, lodarli, incoraggiarli e consolarli, è anche l’occasione per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e ad un’azione apostolica più intensa» (Apostolorum Successores 220).
  • Sguardo attento, mano che presenta e indica, obbediente alla Parola. Anche lo sguardo e la posizione di Maria racchiudono le uniche due sue espressioni riportate dall’evangelista Giovanni nel brano delle nozze di Cana. Nello sguardo – ha detto – scorgiamo l’espressione di colei che, attenta ai bisogni degli altri, dice al Figlio: «Non hanno vino» (v. 3); nella mano sinistra, aperta e indicante Gesù, ritroviamo il riferimento all’invito rivolto ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (v. 5). Maria è icona di una comunità-discepola dallo sguardo sempre rivolto al Maestro, dagli occhi capaci di vedere le necessità e i bisogni dei fratelli, attenta ai bisogni del territorio, capace di intercedere e di fare proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (GS 1). Maria è icona della Chiesa che sa indicare la Via, Gesù, è Odigitria, è immagine di una comunità che non ostacola ma favorisce l’incontro con il Signore, che ascolta la Parola e si impegna a metterla in pratica.   Allo sguardo e al gesto di Maria deve ispirarsi la nostra Chiesa Agrigentina, deve ispirarsi ciascuno di noi. Incontrando il vescovo le nostre comunità non devono preoccuparsi di apparire belle, perfette, impeccabili ma sono chiamate a mostrarsi così come sono, a presentare la bellezza e la potenzialità e a non nascondere i limiti e le fragilità. L’incontro con il vescovo deve consolidare il rapporto con il pastore, la comunione con la Chiesa diocesana.
  • Chiesa ministeriale chiamata a rifiorire. Nell’icona – ha proseguito – la comunità è rappresentata da Maria, dal servo e dalla coppia di sposi. Se nello sguardo e nel gesto di Maria abbiamo riscontrato le caratteristiche della nostra identità, nel contemplare gli altri personaggi troviamo la descrizione della nostra missione. Nel servo e nella coppia di sposi è rappresentata la Chiesa ministeriale dove ciascuno è chiamato a scoprire carismi e ministeri, vocazioni specifiche e spiritualità. Ci ha ricordato Papa Francesco: «In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione (…). La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. (…) Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari”» (Evangelii gaudium 120 – Esortazione apostolica sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale).
  • Casa sulla roccia, anfore colme, mandorlo fiorito. A contestualizzare l’incontro tra Cristo Sposo e la Chiesa Sposa, tra il vescovo e la Chiesa diocesana, troviamo alcuni elementi significativi. Si tratta di simboli che assumono un significato particolare nella misura in cui si lasciano abitare dalla grazia di Dio. 
  • La casa sulla roccia richiama la Cattedrale, la nostra Chiesa: è un edificio con le sue fondamenta in Cristo, la roccia, per questo capace di superare la pioggia della tiepidezza, lo straripamento dell’individualismo e il vento dello scoraggiamento; presenta la porta spalancata, aperta (indicata dalla tenda raccolta su un lato) per accogliere tutti e per inviare in missione; il rosone per accogliere la luce, necessaria per il discernimento comunitario; un campanile senza campane perché la responsabilità dell’annuncio è di ogni battezzato.
  • Le anfore, in-compiute per il numero (sei) e per essere di pietra (la legge antica) rappresentano le nostre strutture pastorali, incapaci di rinnovarsi fino a quando non decideremo di farle abitare da Cristo e dal suo Vangelo. Leggiamo nella Relazione di Sintesi della prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (4-29 ottobre 2023): «Le strutture pastorali vanno riorganizzate in modo da aiutare le comunità a far emergere, riconoscere e animare i carismi e i ministeri laicali, inserendoli nel dinamismo missionario della Chiesa sinodale. Sotto la guida dei loro pastori, le comunità saranno capaci di inviare e sostenere coloro che hanno inviato. Si concepiranno quindi principalmente a servizio della missione che i fedeli portano avanti all’interno della società, nella vita familiare e lavorativa, senza concentrarsi esclusivamente sulle attività che si svolgono al loro interno e sulle loro necessità organizzative» (Parte II, 8 l).
  • Il mandorlo fiorito, nell’A.T. simbolo di speranza, vigilanza, fedeltà e vita nuova, oltre a ricordarci la bellezza della nostra terra ci esorta a non avere una visione pessimistica della nostra realtà. Ricordiamo le parole di Papa Francesco: «Alcune persone non si dedicano alla missione perché credono che nulla può cambiare e dunque per loro è inutile sforzarsi. (…) Se pensiamo che le cose non cambieranno, ricordiamo che Gesù Cristo ha trionfato sul peccato e sulla morte ed è ricolmo di potenza. Gesù Cristo vive veramente. (…) La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!» (cfr. EG 275-278).
    (ph.C.P.)

    nsieme, tessitori di speranza. Nell’icona è presente un filo che unisce i protagonisti della scena rappresentata. È il filo per la tessitura della trama necessaria per la crescita di una comunità. Il filo dorato parte dalla Parola, attraversa l’immagine di Maria e raggiunge — avvolgendo come un manto — la comunità dei credenti. È immagine dello Spirito Santo che apre la nostra mente alla comprensione della Parola. Lo Spirito è l’anima della Chiesa: Egli dà la vita, suscita i differenti carismi che arricchiscono il popolo di Dio e, soprattutto, crea l’unità tra i credenti; di molti fa un corpo solo, il corpo di Cristo. Tutta la vita e la missione della Chiesa dipendono dallo Spirito Santo; Lui realizza ogni cosa.

    L’intervento di don Giuseppe Cumbo (ph. C. P.)

Per essere tessitori di speranza – ha detto – occorre una decisa fiducia nello Spirito Santo, perché Egli «viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8,26). Ma tale fiducia generosa deve alimentarsi e perciò dobbiamo invocarlo costantemente”. Concludendo la presentazione non è mancato il riferimento alla nostra terra: “Essa, apparentemente brulla, ha bisogno di tessitori di speranza. È vero – ha notato – non mancano le contraddizioni: divisioni, scandali, difficoltà a dialogare; non mancano le problematiche sociali di oggi e di sempre: disoccupazione, emigrazione giovanile, immigrazione (con tutte le sue ricadute negli equilibri delle nostre comunità civili e della nostra coscienza ecclesiale), mafia, dipendenze, emergenza educativa, vecchie e nuove povertà, sanità pubblica in crisi”. 

Ha poi citato un nostro editoriale (cfr.n.32/2023 – leggi qui) a commetto della lettera dell’Arcivescovo: «Nella trama delicata della vita personale e sociale, familiare ed ecclesiale più che le forbici occorre prendere tra le mani il filo resistente che si ottiene accoppiando e ritorcendo i due “filati” del dialogo e dell’unità per cucire e non dividere». La visita pastorale del vescovo Alessandro e l’impegno concreto e costante di ciascuno – è stato l’auspicio finale – permettano alla nostra Chiesa Agrigentina di testimoniare con fedeltà l’amore di Dio”.

L’intervento di don Giuseppe Cumbo (ph. Carmelo Petrone)

L’Omelia dell’Arcivescovo alessandro  

Nel suo intervento omiletico mons. Damiano ha esordito ricordando come fin dal suo arrivo in diocesi, sulle orme del Buon Pastore, ho cercato di farmi in mezzo a voi “pellegrino di speranza”. Era il tempo – ha ricordato – delle prime riaperture dall’inizio della pandemia ed era necessario ritrovare innanzitutto la possibilità, la voglia e la capacità di incontrarsi.

Le convocazioni diocesane e le visite occasionali alle comunità ecclesiali, i colloqui personali e la condivisione di eventi lieti e tristi della coscienza civica, il confronto con il presbiterio e con le famiglie religiose, le iniziative dell’aggregazionismo laicale e le sedute degli organismi di partecipazione, hanno segnato momenti preziosi di ascolto e discernimento”. Al termine dell’Anno Liturgico e in preparazione alla Visita Pastorale ha invitato i presenti a guardare e attendere – quest’ultima – “non solo come adempimento a cui il vescovo è tenuto in forza del diritto, ma come occasione privilegiata per un’opera sistematica di “ricucitura” dei molteplici pezzi di cui è costituita la Chiesa, in vista di un servizio più organico alla sua comunione e alla sua missione. Voglio applicare – ha detto – alla Visita le parole di Papa Francesco in vista del Giubileo 2025: «…il pellegrinaggio verso il Giubileo potrà rafforzare ed esprimere il comune cammino che la Chiesa è chiamata a compiere per essere sempre più e sempre meglio segno e strumento di unità nell’armonia delle diversità. Sarà importante aiutare a riscoprire le esigenze della chiamata universale alla partecipazione responsabile, nella valorizzazione dei carismi e dei ministeri che lo Spirito Santo non cessa mai di elargire per la costruzione dell’unica Chiesa (Lettera del Santo Padre Francesco a S. E. Mons. Rino Fisichella per il Giubileo 2025).

«Insieme, tessitori di speranza». La tessitura, del resto, è una delle immagini a cui la Sacra Scrittura ricorre per collegare il mistero dell’inizio della vita con l’arte del mettere insieme (cf. Sal 139,13). E credo sia significativo pensare che — attraverso la Visita Pastorale quale impulso a una nuova cooperazione generativa — il vescovo sia chiamato a compiere nel grembo della Madre Chiesa qualcosa di analogo a ciò che Dio compie nel grembo materno per la generazione di un figlio.Dalle prime indicazioni che il Papa ha dato per il Giubileo – ha proseguito -, oltre che da una prassi ormai consolidata nelle Chiese italiane, vorrei riprendere l’esortazione a considerare gli «aspetti fondamentali del vivere sociale» – in particolare l’ascolto dei poveri, a cui ci richiama la pagina evangelica, e la cura della casa comune – come parte integrante della Visita Pastorale. Si tratta, in fondo, dei “gemiti dell’umanità e della creazione”, espressi in modo usuale o con linguaggi non convenzionali, che – come ho auspicato fin dal mio primo messaggio alla Diocesi – dobbiamo decifrare per cogliervi «l’espressione di un’esistenza disgregata in se stessa e frammentata nei suoi rapporti, che invoca di essere ricomposta attraverso un’esperienza sempre più compiuta di comunione». Se, nella vita ordinaria, le nostre comunità locali sono chiamate a farlo per ogni gemito che si innalza al loro interno, durante la Visita Pastorale proveremo ad ascoltare il gemito stesso delle nostre comunità e a esercitarci per portare avanti questa sfida con maggiore competenza e profitto”. Commentando la Parola proclamata (Mt 25,31-46) che presenta Gesù quale re e giudice escatologico che separa pecore e capre che detto che Egli “opera il giudizio su ogni uomo basandolo sulla concreta prassi di carità: «avevo fame e mi avete dato da mangiare» … da qui tutte quelle azioni che raccogliamo nelle opere di misericordia. Centrale – ha evidenziato – in questa pagina così profonda e inesauribile è l’affermazione: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (v. 40).

L’Assemblea (ph.C.P.)

Qui Gesù afferma: non io, ma i poveri, i piccoli, i miei fratelli più piccoli. Come se Gesù si celasse nel volto dei poveri e dei piccoli e si nascondesse nei “miserabili” della storia. E dunque, come se fosse presente in essi e rivelato da loro. I poveri sono la carne di Cristo e i portatori, inconsapevoli, del giudizio escatologico. Dice Giovanni nella sua prima lettera: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e con la verità” (1Gv 3,18). Troppo spesso pensiamo, diciamo, immaginiamo, sogniamo, parliamo di amare – ha constatato – ma poi non lo facciamo. Ne abbiamo paura; abbiamo paura di questo fare che ci mette in contatto non con un astratto “altro”, come amiamo ripetere, ma con un corpo, un corpo preciso. Un corpo da ascoltare, da vestire, a cui stare accanto, da dissetare, da sfamare, da visitare. Ne abbiamo paura perché entriamo in contatto anche con il nostro corpo: toccare è sempre anche essere toccati. Tutti e cinque i sensi si alleano nell’azione di cura e insieme ci dirigono verso ciò che ha veramente senso nella vita. Possiamo esprimere questo – ha continuato – con le parole di Albert Sabin: “Se non ti occupi di te stesso, chi lo farà al tuo posto? Ma se tu non ti occupi degli altri, chi sei?”. Prendersi cura: si tratta di toccare, ascoltare, vedere, accudire chi è nel bisogno e questo significa assumere qualcosa della sua sofferenza, sentirla, condividerla, spartirla”. E facendo riferimento alla Visita Pastorale ha detto che essa “in questa direzione, acquista un valore terapeutico e, per questo, deve assumere – come ha scritto nella Lettera di indizione – i connotati di un’auscultazione attenta e puntuale: proprio come quella del medico, che deve assicurare una corretta diagnosi per poter approntare la cura più adeguata. Come amare l’altro – ha chiesto – senza condividere un po’ la sofferenza che egli sta vivendo? Scrive Agostino: «Io non so come accada che, quando un membro soffre, il suo dolore divenga più leggero se le altre membra soffrono con lui. E l’alleviamento del dolore non deriva da una distribuzione comune dei medesimi mali, ma dalla consolazione che si trova nella carità degli altri» (Epist. 99,2). E la carità che consola gli altri dà riposo a colui che ama, a colui che la esercita, che la fa. Anzi, gli dà beatitudine. Dice infatti Gesù: “Sapendo queste cose sarete beati se le farete” (Gv 13,17).

Infine ha annunciato che nel giorno del Battesimo del Signore, 7 gennaio 2024, inizierà la Visita alle comunità di Sciacca, Menfi, Santa Margherita Belice, Montevago e Sambuca. «Da Maria, la “Tutta Santa” – ha concluso – imploriamo la materna intercessione, la sollecitudine premurosa e la preghiera costante, per corrispondere alla volontà di Dio con tutto quello che siamo e con tutto quello che facciamo, ci siano compagni di viaggio i santi Libertino, Gerlando e il beato Rosario». 

La Celebrazione si è conclusa con un breve momento di adorazione che si è conclusa con la preghiera, appositamente scritta, per la Visita Pastorale e consegnata ai presenti, stampata unitamente all’icona, su una immaginetta. 

Testo della Preghiera per la Visita Pastorale

Dio creatore,

Tu che trapunti il cielo di stelle

e tessi la storia con fili d’amore:

indica alla Chiesa di Agrigento la via da seguire

e fa’ che conservi  l’unità dello Spirito

nel vincolo della pace.

Verbo eterno,

Tu che, tessuto nel grembo di Vergine Madre, ricuci lo strappo del peccato

e rivesti l’uomo delle tue vesti di salvezza:

accompagna i passi del pastore e del suo gregge

e fa’ che testimonino la novità della Pasqua.

Spirito d’amore,

Tu che sani i nostri orditi laceri

e adorni il tessuto delle nostre vite:

guidaci alla verità tutta intera

e fa’ che per questa terra di grano e zizzania

diventiamo tessitori di speranza. Amen.

Carmelo Petrone

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