Il card. Montenegro celebra Messa con i detenuti del Petrusa:”le grate non impediscono alla misericordia di Dio di entrare nei vostri cuori”

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Nella mattina del 12 aprile l’arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, porta la Pasqua nella Casa Circondariale “Pasquale Di Lorenzo” di contrada Petrusa, diretta dal dott. Valerio Pappalardo.

Ad attenderlo, con i ramoscelli di ulivo del tenimento agricolo della Casa Circondariale, i detenuti, il cappellano Don Luigi Mazzocchio, Don Vito Scilabra, la Polizia Penitenziaria con a capo il Comm. Giuseppe Lo Faro, i Funzionari Giuridico Pegagogici, gli operatori, i volontari, i docenti delle scuole: una chiesa gremita, una celebrazione sentita e partecipata, animata dal coro Jerusalem di Favara.

Sembra già Pasqua, a contrada Petrusa: non è semplice parlare di gioia e  speranza in carcere, eppure le letture, i passi evangelici della Passione e della Morte di Gesù, le preghiere dei fedeli e soprattutto l’omelia di Don Franco hanno catalizzato l’attenzione di tutti i presenti, senza alcuna distinzione di ruoli, semplicemente persone bisognose della misericordia e della tenerezza del Padre.

“La Pasqua è come la primavera – ha sottolineato nella sua omelia don Franco – bisogna spalancare le finestre per far entrare aria nuova; non c’è grada che possa impedire al vento della misericordia di Dio di entrare nei nostri cuori”.

Come è solito fare, con un linguaggio immediato, ha portato esempi concreti:

“Bisogna eliminare Gesù di Nazareth: Come? Con un arresto, un processo, una sentenza di condanna a morte, l’esecuzione. Dietro a tutto questo c’è anche la tristezza del bacio di un amico che lo consegna alle guardie; c’è il popolo che sceglie Barabba. Ecco il Cristo che si è fatto detenuto, che è morto e che, però, è anche risorto, per ridarci la Vita. E allora, coraggio, il Signore è sempre disposto ad accoglierci, ma a condizione che anche noi siamo disposti a togliere le pietre che induriscono il nostro cuore.”

Tre le parole chiave dell’omelia dell’Arcivescovo: melograno, zucchero e girasole, metafore del nostro rapporto con Dio e con il prossimo. Don Franco ha concluso citando un proverbio africano: “Vi auguro di agganciare l’aratro della vostra vita ad una stella, per smuovere la terra e guardare sempre in alto”. Al termine della celebrazione si sente già aria nuova, in quei “ramoscelli di ulivo” che pian piano, cancello dopo cancello, saranno riposti in un angolo della cella, insieme all’immaginetta ricordo, che riporta su un lato un particolare dell’affresco La gloria del Paradiso della Cattedrale di Agrigento; sull’altro lato le parole di Papa Francesco: “Andiamo ad annunciare, a condividere, a rivelare che è vero: il Signore è vivo. È vivo e vuole risorgere in tanti volti che hanno seppellito la speranza, hanno seppellito i sogni, hanno seppellito la dignità”.

Wilma Greco

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