Il legame di Sant’Alfonso (compatrono) con Agrigento

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La memoria liturgica di Sant’Alfonso Maria de Liguori (1 agosto), vescovo, dottore della Chiesa e fondatore della Congregazione del SS. Redentore, patrono dei moralisti e dei confessori, evoca antichi legami con Agrigento, che a ragione può essere compresa tra le città alfonsiane, e con il territorio dell’Arcidiocesi, come documentato dalla sua storia, a partire dalla metà del Settecento.

Ingresso Chiesa Sant’Alfonso (via Duomo)

Lo testimoniano 151 lettere, indirizzate al Santo, dai vari paesi dell’agrigentino, a partire dal 1755, anno che segna i preliminari per l’apertura della prima casa dei Redentoristi nell’Isola (1761), fino alla sua morte, avvenuta nel collegio di Pagani (SA), da cui egli benediceva una seconda fondazione siciliana, quella di Sciacca (1787), attigua alla chiesa del Collegio, già dei Gesuiti. Per molti anni fu sede del noviziato della Congregazione, oltre che stazione missionaria, per la predicazione nelle diocesi di Agrigento, Trapani e Mazara del Vallo. 

Ma il legame di sant’Alfonso con la Sicilia non si esaurisce in una parte considerevole del suo carteggio. La storia della sua beatificazione e canonizzazione è legata ad Agrigento in diversi modi. Il postulatore della sua causa di beatificazione, il menfitano p. Vincenzo Giattini (1752-1827). Il Rettore Maggiore Pietro Paolo Blasucci (1729-1817), già primo superiore della casa agrigentina, lo destinò a Roma e lo investì dell’ufficio di Postulatore. Il 6 settembre 1816 scrisse la Vita del Beato Alfonso. Pio VII gli assegnò per residenza la casa di S. Maria in Monterone. Predicò spesso in Vaticano. Fu caro al Pontefice che lo chiamava confidenzialmente «il mio don Vincenzo». Nella cattedrale di Girgenti, inoltre, fu celebrato uno dei più solenni e sontuosi funerali all’illustre defunto, come testimonia l’orazione panegirica, recitata per quell’occasione dal Blasucci, e stampata nel 1987, dallo storico redentorista p. Salvatore Giammusso (1908-1995). Un altro filo rosso che collega il fondatore dei Redentorista alla città è la monumentale chiesa a lui intitolata, la prima nel mondo ad essere dedicata al novello santo (consacrata da monsignor Domenico M. Lo Jacono il 2 agosto 1854), centro di irradiazione delle missioni popolari nell’Isola e luogo di culto strategico da cui si diffuse la devozione al santo vescovo napoletano. In diverse chiese della Diocesi, e non solo, si trovano tele o statue del santo, che attestano la sua venerazione, avvalorata dal suo nome, imposto a numerosi bambini, fino ad oggi, in città ma anche nei paesi della Provincia. Non è secondario rilevare che la Sicilia fu una delle regioni nelle quali vennero stampate un numero considerevoli di edizioni delle opere del santo dottore, che trovavano la loro naturale collocazione nelle biblioteche dei vescovi, dei religiosi e del clero locale, come è facilmente riscontrabile dai fondi antichi di biblioteche parrocchiali e conventuali.

Interno della Chiesa Sant’Alfonso di Agrigento

Gli agrigentini manifestarono il loro affetto a Sant’Alfonso e ai suoi figli, in momenti difficili per la loro storia, durante le soppressioni e gli esili forzati (1860 e 1866) a cui furono costretti, per ostili vicende politiche. La casa fu rifondata dai Padri della Provincia romana nel 1914, con la ripresa della custodia della Biblioteca Lucchesiana, di cui i liguorini erano stati indicati custodi dal suo fondatore. Nel 1954 il vincolo spirituale con il santo trovava la sua conferma nell’autorevole parola della Chiesa. Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, dopo una capillare inchiesta, otteneva la proclamazione di sant’Alfonso compatrono della città e della diocesi. L’intero movimento che aveva portato al felice esito era stato coordinato da p. Salvatore Giammusso. La Congregazione dei Redentoristi conta tra i suoi membri oltre un centinaio di agrigentini, tra cui un superiore generale, nella persona p. Vincenzo Trapanese (1801-1855), nativo di Aragona e di numerosi scrittori e predicatori, indice della vitalità pastorale dei liguorini, formatori di coscienze ed educatori della pietà dei fedeli, sulle orme del loro fondatore definito in una memorabile lettera pastorale di monsignor Luigi Bommarito “uomo del popolo”, scritta in occasione del secondo centenario della morte (1987) di sant’Alfonso.

Il vecchio portone d’ingresso alla casa dei padri Redentoristi (ph. Carmelo Petrone)

L’opera delle missioni voluta da monsignor Lucchesi Palli e sostenuta dai suoi successori non fu l’unica attività che svolsero i “Padri dell’Itria”, a servizio della Chiesa locale. La predicazione itinerante, l’indefessa disponibilità al sacramento della riconciliazione e della direzione spirituale, l’assistenza spirituale al Seminario, ai religiosi e al clero locale, sono soltanto alcuni degli ambiti in cui i figli del Santo Dottore profusero la loro robusta preparazione e manifestarono il loro zelo missionario. Non furono pochi i padri che si distinsero per santità e dottrina, lasciando un luminoso esempio di santità, come testimoniano le relative inchieste per la beatificazione dei servi di Dio fratel Calogero Liotta (1811-1898), fratel Rosario Adduca (1793-1860), p. Isidoro Fiorini (1867-1956).

La recente chiusura della casa redentorista (2019), pur provocando un grande rammarico nei fedeli, non ha spezzato il legame tra sant’Alfonso e gli agrigentini. La sua spiritualità ha segnato indelebilmente l’identità e la mentalità religiosa dei suoi abitanti. Egli rimane pur sempre il loro compatrono, modello di una Chiesa in uscita, come lo ha definito Papa Francesco protector eorum in tempore tribulationis.

Vincenzo La Mendola – C.Ss.R.

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